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🛒 Walmart ha licenziato le casse automatiche (e ha riassunto le cassiere)

Facciamo un passo indietro, perché questa storia insegna qualcosa che vale molto oltre il supermercato.

Vent'anni fa Walmart, la più grande catena di distribuzione del mondo, ha iniziato a installare le casse self-service. L'idea era semplice e sembrava impossibile da sbagliare: se il cliente si scansiona la spesa da solo, servono meno cassieri, e meno cassieri significa meno stipendi da pagare. Un costo che scende. Ha funzionato talmente bene che oggi la maggior parte degli acquisti nei suoi negozi passa da lì. Poi, negli ultimi mesi, la marcia indietro: Walmart sta togliendo le casse automatiche da un negozio dopo l'altro e sta rimettendo le persone dietro il banco. Perché?

La risposta è che quel risparmio non era un risparmio. Era uno spostamento, e i soldi sono ricomparsi da un'altra parte, su righe di bilancio dove nessuno li stava cercando.

La prima riga si chiama ammanco di magazzino. In gergo si dice shrink, e indica tutta la merce che entra in negozio ma non viene mai pagata: rubata dai clienti, rubata dai dipendenti, portata via dalle bande organizzate, oppure semplicemente scansionata male, rotta, scaduta. Walmart dichiara ammanchi per circa 6,5 miliardi di dollari l'anno, in crescita costante. Attenzione, però: non è tutta colpa delle casse automatiche, e chi te lo racconta così ti sta semplificando le cose. Quello che i dati dicono con certezza è che alle casse self-service l'ammanco vale il 3-4% delle vendite, mentre alle casse con una persona resta sotto l'1%. Tre volte tanto. E c'è un sondaggio che aiuta a capire il perché: più di un cliente su quattro ammette di aver portato via qualcosa senza scansionarlo. Non sono ladri di professione, visto che tra chi guadagna più di centomila dollari l'anno la percentuale è addirittura più alta. È che davanti a una macchina, da soli, senza nessuno che guarda, la piccola disonestà costa pochissimo.

La seconda riga è più sottile, ed è quella che quasi nessuno aveva previsto. Pensa a cosa facevi mentre aspettavi il tuo turno alla cassa: guardavi lo scaffaletto lì davanti. Le gomme, le caramelle, le mentine, le pile, le riviste. E ogni tanto ne buttavi una sul nastro. Quello scaffale ha un nome tecnico, si chiama front-end, la testa di cassa, e non è messo lì per caso: caramelle e gomme da sole valgono circa un terzo di tutto quello che si vende in quella zona del negozio, e ancora di più dei guadagni, perché sono prodotti su cui il margine è alto. Alle casse automatiche quel gesto sparisce. Non perché il cliente sia diventato virtuoso, ma perché ha le mani occupate: sta lavorando, sta scansionando, e non ha il tempo morto in cui l'occhio cade sul cioccolato. I dati parlano di un crollo intorno alla metà negli acquisti d'impulso. Moltiplicalo per migliaia di negozi e milioni di clienti al giorno, e capisci che Walmart stava perdendo miliardi per una cosa che nessuno "fa" davvero: comprare senza averlo deciso.

💡 Ed è qui la lezione. Il costo dei cassieri era visibile: una voce di bilancio, un numero che chiunque può guardare e decidere di tagliare. I due costi che sono arrivati dopo erano invisibili: uno nascosto tra gli ammanchi, l'altro nemmeno registrato da nessuna parte, perché nessuno può contabilizzare una vendita che non è mai avvenuta. Tagliare quello che si vede e non accorgersi di quello che non si vede è forse l'errore più comune che esista in economia, e succede identico nelle aziende, nella politica e nei conti di casa.

E il nostro portafoglio? Walmart non ce l'abbiamo, né nel portafoglio Intermedio né come titolo che seguiamo. Ma una porta di servizio c'è, e si chiama PepsiCo, che in portafoglio c'è. Il motivo è che Walmart e Sam's Club insieme valgono circa il 14% del fatturato di Pepsi: un cliente su sette. E quello scaffale davanti alla cassa è casa sua, perché Pepsi non vende solo bibite, vende anche patatine e snack, cioè la merce d'impulso per eccellenza. Se le cassiere tornano, torna la fila, e se torna la fila tornano gli acquisti non decisi. Attenzione però a non trasformare un ragionamento in una previsione: nessuno pubblica quanto si vende alla cassa rispetto al resto del negozio, quindi la direzione si può intuire ma la dimensione no. E c'è una forza che spinge dalla parte opposta: proprio a luglio Walmart ha annunciato tagli di prezzo su un carrello di prodotti che comprende alcune bibite Pepsi, e uno sconto deciso da un cliente così grande finisce spesso per pesare sui margini del fornitore. In portafoglio Pepsi vale lo 0,70% ed è in perdita del 7,4% dal nostro prezzo di carico, quindi parliamo di un tassello piccolo: serve a capire come si legge una notizia, non è un invito a comprare.

Resta un'ultima domanda, quella che un investitore si fa sempre: ma quanto costa, oggi, comprarsi un pezzo di Walmart? Per rispondere si usa un numero semplice, il rapporto prezzo/utili, in inglese P/E. Funziona così: prendi il prezzo dell'azione e lo dividi per l'utile che l'azienda produce per ogni azione. Il risultato ti dice quante volte gli utili di un anno stai pagando per possederne un pezzo. Un P/E di 20 vuol dire, semplificando, che a parità di guadagni ci vorrebbero vent'anni di utili per "ripagarti" il prezzo. Più il numero è alto, più il mercato sta pagando caro ogni euro di profitto.

E qui Walmart racconta una storia curiosa, che si capisce meglio mettendola accanto alla sua grande rivale, Costco. Oggi Walmart viaggia intorno a un P/E di 40. Costco, il concorrente all'ingrosso, sta addirittura più in alto, vicino a 46. A prima vista sembrano due aziende della spesa pagate entrambe carissime allo stesso modo. Ma sotto la superficie sono due mondi diversi: Costco cresce di circa il 9-10% all'anno e vive di tessere annuali, cioè di un abbonamento che i clienti rinnovano quasi sempre, un flusso di quote fisse che rende i suoi conti prevedibili come un orologio. Walmart, invece, cresce sì e no del 4% all'anno. Detto altrimenti: per Costco quel prezzo alto ha una giustificazione nella crescita, per Walmart molto meno.

Il grafico qui sopra lo mostra a colpo d'occhio, e aggiunge il vero punto della storia. Le barre blu sono il P/E di oggi, quelle arancioni il prezzo "normale" a cui ciascuna azienda è stata scambiata negli ultimi dieci anni. Tutte e tre, Walmart, Costco e Target, oggi costano più del solito. Ma la più tirata di tutte è proprio Walmart: sta il 31% sopra la sua mediana storica, più di Costco (+22%) e di Target (+20%). Non è che in assoluto sia più cara delle rivali, è che rispetto a com'era abituata a essere valutata lei stessa, oggi è la più lontana dalla sua norma. E se allarghi lo sguardo a tutto il settore della grande distribuzione, dove il P/E medio gira intorno a 18-20, un'azienda pagata 40 costa più o meno il doppio della media dei suoi simili. Nessuno di questi tre titoli è nel nostro portafoglio, quindi non è un "compra" né un "vendi": è un esercizio di lettura. Un P/E alto non è di per sé un difetto, a volte è la qualità dell'azienda che se lo merita, come per Costco. Ma quando un titolo che cresce poco viene pagato molto più della sua stessa media storica e molto più dei concorrenti, una domanda uno se la deve fare: il mercato si aspetta davvero un futuro migliore del passato, o sta solo pagando la sicurezza a un prezzo che, a queste cifre, lascia pochissimo margine d'errore?

Ultima cosa, che riguarda noi: le casse self-service italiane stanno percorrendo la stessa curva americana, con qualche anno di ritardo. Vale la pena tenerle d'occhio, perché ora sappiamo dove porta.

 

📊 Trimestrali: perché "battere le attese" non basta

Questa settimana le grandi aziende americane hanno pubblicato i conti del secondo trimestre, e c'è una lezione che vale più dei singoli numeri. Partiamo da un concetto: ogni azienda quotata, ogni tre mesi, deve dire quanto ha incassato (i ricavi) e quanto ha guadagnato davvero, cioè quanto resta in tasca dopo le spese (l'utile). Gli analisti, prima ancora che i conti escano, provano a indovinare quei numeri: sono le famose "attese". Il gioco della Borsa non è tanto vedere se un'azienda è cresciuta, ma se ha fatto meglio o peggio di quello che il mercato si aspettava.

E qui arriva la parte interessante. Alphabet, la mamma di Google, ha incassato 119,8 miliardi, più delle attese, trainata dal suo servizio cloud cresciuto dell'82% grazie all'intelligenza artificiale. Tesla ha addirittura segnato un record di ricavi, ma attenzione: ha guadagnato molto meno del previsto, con l'utile crollato del 57%. Ecco la trappola in cui cade chi guarda solo il titolo del giornale: "ricavi record" suona benissimo, ma se vendi tanto spendendo troppo, il guadagno si assottiglia. Ricavi e utile sono due cose diverse, e il mercato le guarda entrambe. ServiceNow ha fatto il pieno e ha persino alzato le stime per fine anno, mentre IBM ha deluso: i suoi vecchi computer aziendali si vendono sempre meno, e la società ha abbassato le previsioni.

Ora la domanda che conta davvero: quanto stai pagando per quei guadagni? Qui entra in scena il rapporto prezzo/utili, in inglese il P/E (price/earnings). Funziona così: prendi il prezzo dell'azione e lo dividi per l'utile che l'azienda produce per ogni azione. Il risultato ti dice quante volte gli utili di un anno stai pagando per possedere quel pezzo di azienda. Un P/E di 20 significa, semplificando, che a parità di guadagni ci metteresti vent'anni di utili a "ripagarti" il prezzo. Più il numero è alto, più il mercato sta pagando caro ogni euro di profitto.

E qui c'è il paradosso che fa riflettere. Alphabet, che nell'ultimo trimestre è cresciuta del 24%, oggi viaggia intorno a un P/E di 27. Walmart, la catena di supermercati, cresce sì e no del 4% all'anno, eppure viene scambiata a un P/E di quasi 40, cioè molto più caro. Sembra un controsenso: perché pagare di più per un'azienda che cresce meno? Perché il P/E non misura solo la crescita, ma anche la fiducia e la sicurezza. Walmart vende cibo e beni di prima necessità: che l'economia vada bene o male, la gente fa la spesa. Quella prevedibilità il mercato la ripaga a peso d'oro. Google, invece, dipende dalla pubblicità e dalle scommesse sull'AI, terreni più incerti, e per questo paga un "prezzo del biglietto" più basso nonostante corra di più.

La lezione, allora, è doppia. La guidance, cioè la previsione che l'azienda fa sui mesi successivi, ti dice dove sta andando il business (alzarla, come ServiceNow, è fiducia; abbassarla, come IBM, è una spia). Il P/E ti dice quanto stai pagando per salire a bordo. Un P/E alto non vuol dire "azione da evitare", e uno basso non vuol dire "affarone": vanno sempre letti insieme alla crescita e al rischio. 💡 La prossima volta che leggi "trimestrale sopra le attese", fatti tre domande: sopra le attese sui ricavi o sull'utile? Cosa ha detto l'azienda sul futuro? E a che prezzo, cioè con quale P/E, il mercato me la sta vendendo? Lì si nasconde il vero segnale.

💊 Made in America

🇺🇸 L'ultimatum. L'amministrazione USA ha messo le case farmaceutiche globali con le spalle al muro: spostate la produzione di generici negli Stati Uniti entro agosto 2028, o pagate un dazio del 100%. Chi non si adegua entro agosto 2029 se lo vedrà raddoppiare al 200%. Ad aprile era già arrivato un 100% su alcuni farmaci brevettati, ora tocca ai generici.

📊 I numeri. I generici sono il 90% delle prescrizioni americane, ma il 70% di questo 90, viene prodotto all'estero.
Parliamo di tutto: antidolorifici, farmaci per il colesterolo, antidepressivi. Le fondamenta del sistema sanitario USA sono fabbricate in India, Cina e dintorni.

💰 Perché conta. I generici sono una commodity: prodotti quasi identici, competizione solo sul prezzo, margini già sottilissimi. Un dazio del 100% colpisce dove non c'è cuscinetto. Le opzioni sono tre: alzare i prezzi agli americani, uscire dal mercato USA, o produrre lì. Ma uno stabilimento farmaceutico richiede 3-5 anni — con una scadenza a due, la scommessa realistica è comprare fabbriche USA già esistenti. Risultato: consolidamento, meno fornitori, più potere di prezzo per chi resta. E bollette farmaceutiche più salate per 330 milioni di americani.

⚠️ Il caveat. Dazio annunciato ≠ dazio applicato. Le big pharma avevano già negoziato rinvii sui dazi di aprile, e quelli del "liberation day" sono stati bocciati dalla Corte Suprema quest'anno, sostituiti da una tassa quasi universale del 10% (che scade venerdì). In arrivo nuove tariffe, ma anche nuovi negoziati paese per paese.

Chi vince. I produttori di generici con fabbriche già in casa: Viatris(VTRS) e Amneal (AMRX) hanno capacità produttiva domestica.
Le big pharma verticalmente integrate negli USA — Pfizer (PFE), Johnson & Johnson ( JNJ), Merck (MRK)—sono relativamente al riparo.

Chi possiede impianti manifatturieri farmaceutici negli Stati Uniti potrebbe vederli rivalutarsi significativamente. Sul fronte CDMO (Contract Development and Manufacturing), Catalent (ora parte di Novo Holdings) e Thermo Fisher Scientific (TMO) potrebbero attrarre nuovi contratti da produttori stranieri che cercano capacità USA senza costruire da zero.

Chi perde. I produttori indiani di generici — Teva Pharmaceutical (TEVA), Dr. Reddy's (RDY), Cipla, Sun Pharma — sono i più esposti: margini a singola cifra + dazio al 100% = matematica impossibile. I distributori e le farmacie USA come CVS Health (CVS) (in portafoglio) e Walgreens (WBA) rischiano di pagare di più per rifornirsi. E a valle, gli assicuratori sanitari, UnitedHealth (UNH), Cigna (CI)(in portafoglio) dovranno gestire costi farmaceutici più alti che si tradurranno in premi più alti o margini più bassi.

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