Multa

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💻 NASDAQ — 28.455 · ⬇️ -1,87%
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🚀 PORTAFOGLI FINANZAMILLE

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🚀 Portafoglio Intermedio — $ 30,675

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🛒 La multa ad AliExpress e il vero prezzo delle cose che costano poco

Il 20 luglio la Commissione Europea ha multato AliExpress per 550 milioni di euro. L'accusa non è sui prezzi ma sulla sicurezza: la piattaforma non avrebbe fatto abbastanza per ridurre il rischio di prodotti illegali, contraffatti e in certi casi pericolosi.

La notizia però non è la multa, che per un gruppo di quelle dimensioni è una brutta giornata e basta. La notizia è il costo dei controlli. Questi negozi funzionano con cataloghi enormi, tantissimi venditori indipendenti e verifiche leggere, ed è proprio quello a rendere possibili i prezzi che vediamo. Controllare invece costa: una persona che guarda, un documento chiesto al venditore, un prodotto mandato in laboratorio. Quel costo adesso finisce in parte sulla piattaforma e in parte sui venditori, che se lo ritrovano dentro il prezzo. Aspettiamoci cataloghi più stretti, meno offerte lampo e prezzi un po' più alti.

Ed è qui il punto da portarsi a casa. Quel prezzo bassissimo non era gratis: lo pagava chi comprava, assumendosi un rischio che non vedeva. Quando prendi un giocattolo a 3 euro senza sapere se è mai stato testato, compri il giocattolo e la possibilità che sia difettoso. La seconda non è scritta nel prezzo, ma c'è. L'Europa sta spostando quel costo indietro, dal consumatore alla piattaforma: il prezzo sale perché diventa il prezzo vero. 💡

A rimetterci sono i negozi online a catalogo aperto e i venditori piccolissimi, perché mettersi in regola ha un costo fisso, e un costo fisso schiaccia chi è piccolo mentre quasi non si sente su chi è grande. A guadagnarci è il commercio europeo che quei controlli li faceva già, e soprattutto le società di test e certificazione, il cui lavoro passa da facoltativo a obbligatorio. In Borsa sono poche e si contano: SGS a Zurigo, Bureau Veritas a Parigi, Intertek a Londra, UL Solutions a New York. Curiosità che dice molto: i due nomi più famosi in Europa, TÜV e DEKRA, non sono nemmeno quotati.

Siamo onesti con voi: nessuna di queste è nel nostro portafoglio, e nessuna ci è mai stata.

E la lezione vale anche per i vostri soldi. Un prezzo molto basso non è quasi mai gratis. Quando un'azione è crollata, la domanda giusta non è quanto costa poco, ma chi si sta prendendo il rischio che quel prezzo sta scontando. A volte quel rischio è già passato, e allora è davvero un'occasione. Altre volte è tutto davanti, e quel prezzo non è uno sconto: è il conto, presentato in anticipo.

 

🛢 Le pipeline irachene e il prezzo della paura

Donald Trump sta trattando con l'Iraq per riaprire le vecchie condotte che portano il greggio iracheno fuori dal paese via terra. Nel reel si parla di un accordo da 200 miliardi di dollari. L'obiettivo non è trovare più petrolio: è farlo passare da un'altra parte.

Serve una parola: strozzatura. Nel commercio mondiale esistono pochi passaggi stretti dove transita una quota enorme di merce, e lo stretto di Hormuz è il più famoso di tutti: un braccio di mare largo poche decine di chilometri da cui esce circa un quinto del petrolio mondiale. Chi controlla quel tratto non deve essere la potenza più forte, gli basta poter minacciare di chiuderlo. È la leva che l'Iran tiene in mano da decenni, e una condotta via terra gliela toglie. Non aggiunge barili: cambia la strada.

Qui arriva la parte finanziaria. Nel prezzo del petrolio non c'è solo il costo di tirarlo fuori dal suolo: c'è anche un premio per il rischio, cioè quanto il mercato paga in più per l'eventualità che la fornitura si interrompa. È un'assicurazione nascosta dentro il prezzo. Se la strada diventa meno fragile quel premio si sgonfia, e il petrolio scende anche senza un barile in più prodotto. 💡

A guadagnarci è chi le condotte le costruisce e chi le fa funzionare. Costruirle è il mestiere dell'italiana Saipem e della francese Technip Energies: sono società di ingegneria, non vendono petrolio, vendono cantieri. Farle funzionare è invece il mestiere di Enbridge, che abbiamo in portafoglio, e di Kinder Morgan: possiedono i tubi e incassano un pedaggio su ogni barile che ci passa dentro, esattamente come un'autostrada. Ci guadagna poi chi il petrolio lo compra invece di venderlo: le raffinerie come Marathon Petroleum, che comprano greggio e rivendono benzina, e le compagnie aeree come Ryanair, dove il carburante è la voce di costo più pesante di tutte.

A rimetterci è prima di tutto l'Iran, che perde insieme la leva e l'incasso. Poi chi il greggio lo estrae e lo vende, perché un prezzo più basso è margine in meno: Exxon, Shell, TotalEnergies e Suncor, che abbiamo tutte in portafoglio. E ci rimettono gli armatori di petroliere, cioè le società che possiedono le navi che il greggio lo trasportano, come la norvegese Frontline e l'italiana d'Amico: quando il mare è pericoloso noleggiare una nave costa di più, quindi meno rischio vuol dire meno guadagno.

In mezzo stanno i servizi petroliferi, ed è la parte che quasi nessuno racconta. Halliburton, SLB e Baker Hughes non possiedono pozzi: li fanno funzionare per conto delle compagnie, vendendo lavoro e attrezzature. Se in Iraq si riapre capacità lavorano di più, ma se il prezzo scende le compagnie tagliano gli investimenti e loro lavorano di meno ovunque. Vale anche per Valaris, che affitta piattaforme che trivellano in mare aperto, e Tidewater, che con le sue navi le rifornisce: le abbiamo entrambe, e sono le posizioni che dal premio per il rischio hanno guadagnato di più.

Un conto che vi dobbiamo: energia e materie prime pesano il 14,9% del nostro portafoglio Intermedio, ed è il blocco che quest'anno ha corso di più, ma non per questo adesso inzieremo a scaricare le posizioni, nonostante questa notizia, perché non la riteniamo così impattante da andare a modificare le nostre strategie di investimento, soprattutto con conflitti in corso e petrolio in salita.

Resta il punto che riguarda noi. L'indipendenza energetica non è una posizione politica, è la condizione che permette tutte le altre. Chi dipende dal petrolio di qualcun altro non sceglie la propria politica energetica: la subisce ogni volta che scoppia una guerra lontana.

E la lezione per i vostri soldi è quella di sempre, girata al contrario: se una parte del guadagno di un titolo viene da un rischio geopolitico, quel guadagno finisce quando finisce il rischio. Chiedetevi sempre quanta parte del prezzo che avete in portafoglio è merito dell'azienda, e quanta è merito della paura.

 

💻 Intel: profitto o perdita? Dipende da chi fa il conto

Giovedì Intel ha pubblicato i conti e il titolo è volato di oltre il 10% dopo la chiusura. Fin qui una bella notizia, la crescita dei ricavi più forte da più di quindici anni. Ma dentro quel bilancio c'è una stranezza che vale la pena capire, perché una volta capita la ritrovi ovunque.

Nello stesso trimestre Intel ha dichiarato un utile di 0,42 dollari per azione e una perdita di 2,16 dollari per azione. Non è un errore, e non è un trucco. Sono due modi diversi di contare la stessa cosa, e imparare a distinguerli è una delle poche cose che separano chi legge un bilancio da chi legge solo il titolo del giornale. 💡

Il numero "ufficiale", quello che segue le regole contabili obbligatorie, si chiama GAAP, ed è la perdita di 2,16 dollari. Ci finisce dentro tutto, comprese le spese straordinarie: costi che capitano una volta sola, come svalutazioni o oneri finanziari, che non raccontano come va il mestiere di tutti i giorni ma pesano sul conto di quel trimestre. Intel dice che la perdita nasce proprio da voci di questo tipo.

Il numero "aggiustato", l'utile di 0,42 dollari, è invece quello che l'azienda calcola togliendo quelle spese una tantum, per mostrare come sarebbe andata la gestione ordinaria senza gli eventi eccezionali. È una fotografia legittima e spesso utile, ma ha un difetto: la decide l'azienda. È lei a scegliere cosa è "straordinario" e cosa no, e la tentazione di infilare tra le eccezioni ogni cosa brutta è sempre in agguato.

Ecco la regola da portarsi a casa: il numero aggiustato racconta la salute del business, il numero ufficiale racconta cosa è successo davvero alla cassa. Servono tutti e due. Chi guarda solo l'aggiustato vede aziende sempre in utile che intanto perdono soldi veri; chi guarda solo l'ufficiale scambia una botta isolata per una malattia cronica. La domanda giusta non è "ha guadagnato o perso?", è "cosa hanno tolto per arrivare all'utile, e quelle voci torneranno anche il prossimo trimestre?"

Detto questo, perché il mercato ha festeggiato? Perché al di là del gioco dei due numeri, il motore gira. I ricavi sono saliti del 25% a 16,1 miliardi, oltre le attese, e soprattutto la parte che oggi conta di più, i centri dati e l'intelligenza artificiale, è cresciuta del 59%. La foundry, cioè la divisione che produce chip per conto di altre aziende come farebbe un panificio che sforna il pane con la ricetta del cliente, è salita del 31%. E la previsione sui prossimi mesi è più alta di quanto ci si aspettasse: dopo aver visto STM e Moncler puniti per una guidance debole, qui è successo il contrario.

Un'ultima cosa, che è la più grande. Un analista ha detto una frase da incorniciare: Intel "viene trascinata da Nvidia", e il suo processore è ormai un accessorio della costruzione dell'AI. Tradotto: la corsa non è di Intel, è dell'intera infrastruttura che serve a far girare l'intelligenza artificiale, e Intel ci sta salendo sopra. È lo stesso filo dei flussi settoriali di due giorni fa, dove i soldi correvano non solo sul software ma su tutto ciò che sta sotto.

 

🏷️ Il tasso zero è davvero gratis?

Entri in un negozio per un divano, un telefono, una lavatrice. Prezzo: 1.200 euro. Il commesso ti dice la frase magica: "Puoi pagarlo in 12 rate a tasso zero, cento euro al mese, senza interessi." Sembra un regalo. Paghi la stessa cifra, ma diluita, e non ti costa niente in più. Dov'è la fregatura?

La fregatura, quando c'è, non è nascosta nella rata. È nascosta nel prezzo. E per vederla serve un'unica domanda, la più potente che esista in finanza personale: "Quanto costa se pago tutto subito, in contanti?" 💡

Perché possono succedere due cose molto diverse.

Primo caso: il prezzo è lo stesso in contanti e a rate. 1.200 euro comunque, che tu paghi oggi o in dodici mesi. Qui il tasso zero è vero, ed è persino un piccolo vantaggio per te. Il motivo è un concetto che vale la pena imparare bene: il valore del tempo del denaro. Mille euro oggi valgono più di mille euro tra un anno, perché quelli di oggi puoi tenerli sul conto, usarli, o anche solo lasciarli fermi mentre l'inflazione erode la cifra che pagherai domani. Se il negozio ti lascia pagare più tardi senza aumentare il prezzo, ti sta regalando un pezzetto di quel tempo. Prendilo.

Secondo caso: pagando subito ottieni uno sconto. Il divano è 1.200 a rate, ma "se lo prende oggi glielo faccio a 1.080". Ecco, qui il tasso zero non esiste. Quei 120 euro di sconto che perdi scegliendo le rate sono l'interesse, solo che nessuno lo chiama così. Stai pagando 120 euro per il diritto di dilazionare, cioè un interesse reale intorno al 10% su un anno. Chiamarlo "tasso zero" è vero solo sulla carta: nella tua tasca è tutt'altro che zero.

C'è poi una terza cosa da guardare, ed è la più insidiosa. A volte il tasso è davvero zero, ma il finanziamento porta con sé spese accessorie: costi di istruttoria, un'assicurazione "consigliata", una gestione pratica di pochi euro al mese. Presi uno a uno sembrano bruscolini. Sommati sui mesi diventano l'interesse che ti avevano promesso di non farti pagare.

Ed è qui che entra in gioco l'unico numero che dice la verità: il TAEG. Sta per Tasso Annuo Effettivo Globale, e la parola che conta è globale: per legge deve mettere dentro tutto, non solo gli interessi ma anche le spese, le assicurazioni obbligatorie e i costi di gestione. Il tasso, da solo, guarda solo gli interessi e può essere zero mentre attorno ti fanno pagare il resto. Il TAEG invece li raccoglie in un'unica percentuale. La regola quindi è semplice: se il TAEG è zero, è gratis per davvero. Se il tasso è zero ma il TAEG no, la differenza tra i due è esattamente quanto ti costa quel "gratis".

Quindi il tasso zero, di per sé, non è né una trappola né un regalo. È uno strumento, e come ogni strumento dipende da come lo usi. La regola per non sbagliare sta in tre mosse: chiedi il prezzo in contanti prima di parlare di rate, sempre; confrontalo con il totale che pagheresti dilazionando; e guarda il TAEG, non il tasso.

Se il contante non ti fa risparmiare niente e il TAEG è zero, le rate sono una scelta intelligente: tieni i tuoi soldi più a lungo. Se invece pagando subito risparmi, quello sconto è il vero prezzo del "gratis", e adesso sai leggerlo.

La lezione più grande vale ovunque, non solo in negozio: una cosa che sembra gratis quasi mai lo è. Di solito il costo c'è, si è solo spostato in un punto dove sei meno abituato a guardare.

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