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🛢️ Il weekend: gli Houthi hanno colpito la porta di servizio
I fatti, in ordine.
Venerdì l'Arabia Saudita ha colpito gli Houthi, il gruppo armato che controlla una parte dello Yemen, il Paese all'estremità sud della penisola araba, ed è sostenuto dall'Iran. Sabato 25 gli Houthi hanno risposto su due obiettivi tutt'altro che casuali: impianti collegati ad Aramco, la compagnia petrolifera dello Stato saudita, a Jizan e a Yanbu. Decine di missili e droni sul primo, missili di due tipi diversi più droni sul secondo. L'Arabia Saudita, con i Paesi che le combattono a fianco, ha colpito a sua volta Hodeidah, il porto yemenita in mano agli Houthi.
Poi è successa una cosa che non è successa, e conta quanto le altre: per la prima volta in due settimane gli Stati Uniti non hanno annunciato bombardamenti sull'Iran. Trump si è detto pronto a colpire e insieme disponibile a trattare, e nei giorni scorsi l'agenzia Reuters ha riferito che il Pakistan sta valutando di fare da intermediario tra Stati Uniti e Iran, spinto dalla Cina.
Fin qui quello che leggete ovunque. Ora il pezzo che spiega perché abbiamo intitolato la newsletter con il nome di una città che quasi nessuno conosce.
Perché proprio Yanbu?
L'Arabia Saudita ha due coste. A est c'è il Golfo Persico, e da lì il petrolio esce solo passando per lo Stretto di Hormuz, un passaggio di mare largo poche decine di chilometri dove le navi si infilano una dietro l'altra. Ci passano normalmente 20 milioni di barili al giorno. Un barile è l'unità con cui si misura il petrolio e vale circa 159 litri, quindi stiamo parlando di circa un quinto di tutto il petrolio che il mondo consuma ogni giorno, tutto dentro un corridoio d'acqua che si attraversa in poche ore. Per questo Hormuz viene chiamato il collo di bottiglia dell'energia mondiale.
A ovest, dall'altra parte della penisola, c'è il Mar Rosso. Lì stanno Yanbu e Jizan.
E qui viene il punto. Da quarantacinque anni i sauditi hanno un oleodotto, cioè un tubo interrato che porta il petrolio via terra invece che via nave, che taglia il Paese da est a ovest per 1.200 chilometri e finisce proprio a Yanbu. Non è stato costruito per comodità: è stato costruito per il giorno in cui Hormuz sarebbe diventato impraticabile.
Quel giorno è arrivato. Oggi il tubo viaggia al massimo della sua capacità, 7 milioni di barili al giorno. Circa 2 milioni restano in Arabia Saudita per far funzionare raffinerie, centrali elettriche e dissalatori, cioè gli impianti che trasformano l'acqua di mare in acqua potabile e da cui in quel Paese dipende letteralmente l'acqua del rubinetto. Gli altri 5 milioni escono da Yanbu verso il resto del mondo, più 700-900 mila barili di prodotti già raffinati. Piccola precisazione utile: il greggio è il petrolio come esce dal terreno, inutilizzabile finché una raffineria non lo separa in benzina, gasolio e cherosene. Quelli sono i prodotti raffinati.
Adesso rileggete la notizia di sabato con questi occhi. Gli Houthi non hanno colpito impianti a caso: hanno colpito la via di fuga. Hormuz è la porta principale, Yanbu è la porta di servizio, e sabato qualcuno ha bussato sulla porta di servizio.
Si è visto subito nei prezzi. Nella settimana il Brent ha guadagnato oltre il 12% e il WTI circa il 10%. Sono i due prezzi di riferimento del petrolio nel mondo: il Brent fa da metro per Europa, Africa e Asia, il WTI per gli Stati Uniti. Sono qualità diverse di greggio, per questo le cifre non coincidono, ma si muovono quasi sempre insieme. Gli analisti stimano che oggi manchino al mondo tra i 7 e gli 11 milioni di barili al giorno rispetto a prima della guerra: è come se sparisse da un giorno all'altro la produzione di un grande Paese esportatore, senza sapere per quanto. E quando una cosa serve a tutti e ce n'è di meno, il prezzo sale. È tutto qui il motivo per cui il petrolio è caro adesso.
💡 La lezione va ben oltre questa guerra: le infrastrutture contano più degli eserciti. Un tubo, un porto, uno stretto. Davanti a una notizia militare la domanda utile non è quanti missili sono partiti, è cosa sarebbe rimasto chiuso se avessero fatto centro.
Chi ci guadagna e chi ci rimette
Ogni volta che il petrolio si muove, qualcuno incassa e qualcun altro paga. Non è un dettaglio da addetti ai lavori: è il modo più semplice per capire perché con la stessa identica notizia certe aziende salgono e altre scendono nello stesso momento.
La regola di fondo è quella dello schema: chi il petrolio lo vende incassa, chi lo compra per lavorare paga. Ci sono però tre cose che rendono il quadro meno scontato di così, e sono quelle che vale la pena ricordare.
Caro non vuol dire ricco. Il prezzo alto premia chi riesce a consegnare. Un produttore del Golfo con Hormuz bloccato ha in mano una merce che vale tantissimo e che non arriva al cliente. È esattamente per questo che l'oleodotto verso Yanbu conta così tanto, ed è per questo che colpirlo ha una sua logica.
Le raffinerie non stanno da nessuna delle due parti. Comprano greggio e vendono benzina, quindi non guadagnano dal prezzo del petrolio: guadagnano dalla distanza tra i due prezzi. Se il greggio sale di 20 e la benzina di 30, guadagnano di più. Se il greggio sale di 20 e la benzina di 10, ci rimettono, anche se i titoli dei giornali dicono che il petrolio vola. Vale per moltissime attività, e vale anche per la vostra: non conta quanto costa quello che vendete, conta quanto vi resta in mezzo.
E soprattutto, il mercato l'ha già prezzato. "Prezzare" è un modo di dire di questo mestiere e significa che il prezzo di un'azione contiene già tutto quello che si sa e ci si aspetta. Quando voi leggete la notizia sul telefono, chi compra e vende per mestiere l'ha letta ore prima e ha già comprato. Non state guardando un'occasione: state guardando il risultato di un'occasione già colta da altri. Chi entra adesso non compra la notizia, compra la scommessa che le cose peggiorino ancora. È una scommessa diversa e molto più rischiosa, e va fatta sapendo che è quella.
Quindi il problema di chi è? Di chi importa energia e non ne produce, e la risposta ci riguarda da vicino, perché l'Italia compra fuori quasi tutto il petrolio e il gas che consuma. Quello che noi paghiamo in più, un Paese esportatore lo incassa: per lui è ricavo, per noi è un costo che esce dai confini. E dentro l'Italia il conto non è uguale per tutti: lo pagano di più chi si sposta per lavorare, chi vive lontano dai servizi e non ha alternative all'auto, le piccole imprese di trasporto e le famiglie con redditi bassi. Il carburante è una spesa che non si può rimandare, e chi guadagna poco lo paga uguale a chi guadagna tanto: su un reddito piccolo pesa una percentuale molto più grande. Non è un'opinione, è aritmetica.
Dal barile al pieno, e dal pieno alla vostra rata
Il barile è un numero astratto su un grafico lontano. Vediamo dove lo incontrate voi.
In Italia, alla rilevazione di domenica 19 luglio, la benzina sui distributori normali stava a 1,935 euro al litro e il gasolio a 2,091, sopra la soglia dei due euro. In autostrada si sale a 2,025 e 2,164. Negli Stati Uniti sabato la benzina era a 4,11 dollari al gallone: il gallone americano vale circa 3,8 litri, quindi poco meno di 1,10 dollari al litro. Un americano paga la benzina molto meno di noi pur essendo dentro la stessa identica crisi mondiale, e la differenza non sta nel petrolio, che costa uguale per tutti: sta quasi tutta nelle tasse. Gli americani, comunque, pagano oggi il 38% in più rispetto a fine febbraio, cioè all'inizio della guerra.
E infatti una parte del nostro conto non dipende dal Mar Rosso. Il 3 luglio è finito il taglio delle accise. Le accise sono un'imposta fissa che lo Stato incassa su ogni litro venduto, ed è fissa nel senso che non è una percentuale: sono tot centesimi al litro, che restano quelli sia che il petrolio costi tanto sia che costi poco. Quando un taglio scade, il prezzo alla pompa sale anche se il petrolio non si è mosso di un centesimo. Tenete separate le due cose, perché è l'unico punto su cui potete farvi un'idea vostra: una parte del rincaro arriva dalla guerra, un'altra da una decisione presa a Roma. Il conto complessivo stimato è di 13,6 miliardi di euro in più su benzina e diesel nel 2026, un +20,4%, dentro un aggravio energetico di circa 29 miliardi tra famiglie e imprese.
🚚 E qui si chiude il cerchio. L'inflazione, cioè l'aumento generale dei prezzi di quello che comprate, in Italia a giugno si era finalmente fermata, e il caro carburanti rischia di rimetterla in moto già a luglio. Il motivo è che il gasolio non lo pagano solo gli automobilisti: lo pagano i camion che portano la merce nei negozi. Il pane, i vestiti, i mobili: tutto arriva su una ruota, e chi trasporta scarica il costo del carburante sul prezzo finale.
E se l'inflazione risale, entra in gioco la Banca Centrale Europea, la BCE. È l'istituzione che decide quanto costa il denaro nell'area euro, cioè quanto pagano le banche per procurarsi i soldi che poi prestano a voi. Quel costo si chiama tasso. Il compito principale della BCE è tenere i prezzi sotto controllo, e lo strumento che usa è proprio quello: quando l'inflazione corre alza i tassi, quando l'inflazione è bassa li abbassa.
Quindi, un passaggio alla volta: inflazione su, un motivo in meno per tagliare i tassi. Tassi fermi, banche che continuano a prestare caro. Banche che prestano caro, e chi ha un mutuo a tasso variabile se ne accorge nella rata, mentre chi il mutuo lo deve ancora chiedere lo paga più di quanto lo avrebbe pagato tra sei mesi.
Ecco perché una nave nel Mar Rosso e la vostra rata mensile sono, alla fine, lo stesso argomento.
🏠 Meglio comprare casa o restare in affitto?
È la domanda che ci fate più spesso. Non c'è una risposta uguale per tutti, ma ci sono dei numeri. E chi li conosce sceglie meglio di chi va a naso.
Il confronto che fanno tutti, ed è quello sbagliato
Quasi tutti prendono la rata del mutuo, la mettono accanto all'affitto, e scelgono la più bassa.
Non funziona, perché rata e affitto non sono la stessa cosa.
L'affitto se ne va tutto. Non torna indietro niente.
La rata invece è fatta di due pezzi. Un pezzo compra casa davvero, e resta vostro. L'altro sono gli interessi, cioè quello che pagate alla banca per il servizio di prestarvi i soldi. Gli interessi se ne vanno esattamente come l'affitto.
Quindi il confronto giusto è: affitto contro la parte della rata che non torna indietro.
I due tipi di mutuo
Quando andate in banca vi propongono due strade.
Il tasso fisso: la rata è decisa oggi e resta quella per tutti i trent'anni. Non cambia mai, qualunque cosa succeda.
Il tasso variabile: la rata sale e scende negli anni, seguendo quanto costa il denaro in quel momento.
Oggi il fisso, su un mutuo da 150.000 euro in 30 anni, parte da circa il 2,70% e arriva al 4,43% a seconda della banca. Il variabile parte più basso, dall'1,92% al 3,47%.
La sigla da guardare
Sui volantini trovate due sigle, e fanno una gran differenza.
Il TAN è solo il tasso sugli interessi.
Il TAEG è il costo vero: interessi più tutte le spese, perizia, pratiche, assicurazioni obbligatorie.
Guardate sempre il TAEG. Due offerte con lo stesso TAN possono costarvi migliaia di euro di differenza.
Il variabile costa meno, ma c'è un ma
Oggi chi sceglie il variabile paga circa 100 euro al mese in meno. Sembra facile.
Guardate la terza barra. Se il costo del denaro sale di due punti, quella stessa rata diventa più cara del fisso di oggi. Sono 161 euro in più ogni mese, quasi 1.930 all'anno, per un mutuo che dura trent'anni.
E non è un'ipotesi da manuale. Giovedì scorso la Banca Centrale Europea ha lasciato i tassi fermi, ma la sua presidente ha detto che alcuni membri si sono chiesti se non fosse il caso di alzarli, e ha lasciato aperta la porta a un aumento a settembre. Il motivo è il petrolio caro.
Chi sceglie il variabile oggi non sta scommettendo che i tassi restino fermi. Sta scommettendo contro quello che la banca centrale ha appena detto di stare valutando.
La domanda giusta quindi non è "quale rata è più bassa oggi". È: quale rata riuscirei ancora a pagare se le cose andassero male?
La cosa che quasi nessuno sa: dove finisce la rata
Questa è la parte più importante di tutte.
Prendiamo un mutuo da 150.000 euro in 30 anni. La rata è di 649 euro al mese, sempre uguale.
Nel primo mese, 400 euro sono interessi e solo 249 comprano casa davvero.
Vuol dire che state pagando 400 euro di affitto. Solo che invece che al padrone di casa, li pagate alla banca.
Perché? Perché gli interessi si calcolano su quanto dovete ancora. E all'inizio dovete ancora tutto.
Va avanti così per anni. Il momento in cui il pezzo che compra casa supera quello degli interessi arriva dopo otto anni e mezzo.
Dopo sette anni avete dato alla banca 31.000 euro di interessi e comprato appena 23.000 euro di casa.
Alla fine dei trent'anni gli interessi totali sono 83.500 euro. Su un mutuo da 150.000, ne avrete pagati oltre 233.000.
Allora quando conviene comprare?
Alla parte che non torna indietro vanno aggiunti notaio, agenzia, tasse sull'acquisto e manutenzione. Si pagano una volta sola, ma vanno divisi per gli anni in cui restate lì. Se restate poco, pesano tantissimo.
Da qui la regola pratica:
Se pensate di restare meno di sette anni, quasi sempre conviene l'affitto. Comprando pagate la fase più cara del mutuo senza mettere via quasi niente, e ci aggiungete i costi per entrare e per uscire.
Se pensate di restarci molto più a lungo, comprare ha senso.
Però c'è un vento che soffia dall'altra parte
Va detto, perché è importante.
Quest'anno i prezzi delle case dovrebbero salire del 3,1%. Gli affitti invece dell'8,1%. Gli affitti stanno correndo quasi tre volte più veloci delle case.
A Milano una casa costa in media 5.679 euro al metro quadro, e l'affitto 23,2 euro al metro: è il record italiano. A Roma la casa sta poco sotto i 3.700 euro al metro. A Firenze gli affitti sfiorano i 23 euro al metro, a Bari salgono da 13 a 14,2.
C'è anche un numero comodo da tenere a mente. Chi compra una casa per affittarla oggi ne ricava tra il 4% e il 6% lordo all'anno. Letto al contrario, vi dice all'incirca quanti anni di affitto servirebbero per pagare quella casa.
Le tre domande prima di firmare
Non riguardano i tassi. Riguardano voi.
Per quanti anni resterò in questa casa? Sotto i sette, i numeri raramente premiano l'acquisto.
Quanto è sicuro il mio stipendio? Un affitto si disdice con qualche mese di preavviso. Un mutuo no.
Dopo l'anticipo, mi restano soldi da parte? Svuotare i risparmi per versare il 20% e restare senza rete è il modo più comune di trasformare una bella casa in un problema.
Lunedì: Ordini di beni durevoli USA (giugno).
Martedì: Trimestrali: Boeing, Coca-Cola, PayPal, Ford, Mondelez, Visa.
Mercoledì: Decisione banca centrale USA (Fed). Trimestrali: Aon, Procter & Gamble, ARM Holdings, Lam Research, Meta, Microsoft, Qualcomm, Robinhood, Starbucks.
Giovedì: Fiducia dei consumatori eurozona (giugno), occupazione eurozona (giugno), decisione banca centrale UK (Bank of England), inflazione USA (giugno). Trimestrali: Bristol-Myers, Amazon, Mastercard, Apple, Rivian, Strategy.
Venerdì: Inflazione Tokyo Giappone (luglio), occupazione Giappone (giugno), vendite al dettaglio Giappone (giugno), produzione industriale Giappone (giugno), decisione banca centrale Giappone (BoJ), PMI Cina (luglio), inflazione eurozona (luglio). Trimestrali: AbbVie, AngloGold Ashanti, Chevron, Moderna.