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Buongiorno ragazzi, vi lascio qui sotto un’audio del nostro Jashi

Per chi non lo avesse visto, ecco il video del PAC

🕊️ Le armi tacciono, e il petrolio restituisce tutto in un giorno

Ieri vi abbiamo raccontato perché il petrolio era volato: gli Houthi avevano colpito Yanbu, la porta di servizio del greggio saudita. Oggi è successo l'esatto contrario, nello spazio di una sola seduta.

Nel fine settimana Stati Uniti e Iran hanno sospeso gli attacchi per la seconda notte consecutiva, dopo due settimane di scontri, e hanno cominciato a parlare di riprendere i negoziati per un cessate il fuoco provvisorio. Attenzione a cosa non è successo: nessun accordo è stato firmato, nessuna pace è stata fatta. Ci sono state due notti di silenzio e l'ipotesi di tornare a un tavolo.

È bastato questo. Il WTI ha perso il 6,6% scendendo a 83,45 dollari al barile, il Brent il 7,3%, fermandosi a 89,74.

Fermiamoci qui, perché è la lezione della giornata.

Quello che è sceso oggi non era petrolio: era paura.

Nel prezzo di una materia prima non c'è soltanto quanta ne esiste e quanta ne serve. C'è anche un pezzo che gli operatori chiamano premio di rischio: il sovrapprezzo che il mercato paga oggi per la possibilità che domani quella merce non arrivi. Non è una tassa scritta da qualche parte, è la somma di migliaia di persone che comprano in anticipo perché temono di restare senza.

E il premio di rischio ha una caratteristica che vale la pena ricordare: si costruisce in settimane e si scioglie in ore. Sabato i barili che uscivano dall'Arabia Saudita erano gli stessi di oggi, gli impianti colpiti erano colpiti allo stesso modo, i milioni di barili che mancano al mondo erano gli stessi. Nella realtà fisica non è cambiato quasi niente in due giorni. È cambiata la probabilità che le cose peggiorino ancora, e il prezzo si è mosso del 7% su quella.

Chi aveva comprato petrolio venerdì pensando di cavalcare la guerra, oggi ha scoperto che stava comprando una previsione, non una merce.

💡 Vale anche per le azioni che avete in portafoglio. Quando un prezzo sale per una notizia di paura, non state comprando la notizia: state comprando la scommessa che la paura duri. È una scommessa legittima, purché fatta sapendo che quando la paura finisce, e prima o poi finisce quasi sempre, il prezzo torna indietro con la stessa velocità con cui era salito.

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Lo stesso giorno, due direzioni opposte

Ieri avevamo lasciato una regola: chi il petrolio lo vende incassa, chi lo compra per lavorare paga. Oggi non serve spiegarla di nuovo, basta girarla. Il barile scende, e a incassare sono quelli che ieri pagavano.

Vale la pena fermarsi un secondo su questo, perché è più interessante della notizia. Uno schema che funziona solo quando i prezzi salgono non è uno schema, è un racconto costruito dopo. Uno che funziona anche al contrario, il giorno dopo, sulla stessa filiera e con gli stessi nomi, è una regola. È esattamente così che si distingue una spiegazione vera da una spiegazione comoda: la si guarda funzionare nella direzione opposta.

Vediamola girare, prima in Italia e poi negli Stati Uniti, dove si vede molto meglio.

Piazza Affari ha chiuso in rialzo: il FTSE MIB ha guadagnato lo 0,49% a 52.055 punti, con scambi per 3,79 miliardi di euro, in aumento rispetto ai 3,24 di venerdì. Ma sotto la superficie la giornata è stata tutt'altro che uniforme.

Chi il petrolio lo vende o lo serve ha pagato. ENI ha perso il 2,44% fermandosi a 22,4 euro, Tenaris, che produce tubi per l'industria petrolifera, ha ceduto il 2,86% a 24,79 euro, Saipem ha lasciato l'1,13%.

Dall'altra parte le banche. UniCredit ha guadagnato l'1,63% a 81,74 euro, MPS l'1,34% a 11,78 euro, Mediobanca l'1,11% a 28,12 euro. Fuori dai due gruppi, Ferrari è salita del 4,29% a 331,8 euro e Amplifon del 2,63% a 11,32 euro, dopo che JPMorgan ha migliorato il proprio giudizio sul titolo portandolo a Overweight, che nel gergo delle banche d'affari vuol dire semplicemente che consigliano di tenerne più della media. In rosso invece Prysmian, giù del 3,78% a 122,1 euro, e STM, giù dell'1,9%.

Perché le banche salgono se scende il petrolio? Il passaggio è quello che vi abbiamo raccontato ieri, percorso al contrario. Petrolio caro significa carburanti cari, carburanti cari significa inflazione che risale, inflazione che risale significa banca centrale che non taglia i tassi. Se il petrolio scende, quel passaggio si allenta e il mercato ricomincia a pensare che i tassi possano scendere prima. Le banche guadagnano sulla differenza tra quanto pagano il denaro e quanto lo fanno pagare a voi, e vivono anche del fatto che a tassi più bassi la gente torna a chiedere mutui e prestiti.

Una precisazione onesta, però, perché è il punto in cui si sbaglia più spesso. Le banche oggi sono salite per molte ragioni insieme, non solo per il petrolio: è stagione di semestrali, cioè i conti dei primi sei mesi dell'anno che le società quotate devono pubblicare, e il settore bancario italiano è nel pieno di una partita di fusioni e acquisizioni che si muove per conto suo. Quando un titolo si muove, quasi mai c'è una causa sola. Diffidate di chi ve ne racconta una.

In America ci sono i settori che in Italia non abbiamo

E lì il taglio diventa netto, perché in Borsa ci sono per intero i mestieri che da noi quotati quasi non esistono. Guardate lo schema.

Da una parte le compagnie aeree e le crociere. United Airlines è salita di circa il 4%, Southwest del 3,6%, e fra le navi Norwegian Cruise Line ha guadagnato il 2,8%, Carnival il 2,1%, Royal Caribbean l'1,4%. La ragione è di una semplicità disarmante: il carburante per aerei e per navi è una delle voci di costo più grandi che hanno, in certi casi la più grande dopo il personale. Se il barile cala del 7% in un giorno, il conto economico di quelle aziende migliora senza che loro abbiano fatto assolutamente niente.

Dall'altra parte i petroliferi, e qui conviene distinguere tre mestieri diversi che di solito vengono buttati in un mucchio solo.

Le integrate, cioè i colossi che fanno tutto, dall'estrazione al distributore sotto casa: BP ha perso circa il 3,5%, Exxon Mobil e Chevron il 3%, Shell l'1,8%.

Le società di esplorazione e produzione, che il petrolio lo cercano e lo tirano fuori e basta, come Devon Energy, giù del 3%. Sono le più esposte in assoluto, perché non hanno nient'altro: il prezzo del barile è quasi tutto il loro ricavo.

E i servizi petroliferi, cioè chi vende trivelle, tubi e tecnologia a chi estrae, come Halliburton, giù dell'1,8%, e SLB, giù dell'1,3%. Hanno perso meno, e c'è un motivo: non vendono petrolio, vendono contratti che durano mesi. Il prezzo di oggi li tocca più tardi e più lentamente.

È lo stesso principio che vi abbiamo spiegato ieri sulle raffinerie: conta dove state nella filiera, non se la merce sale o scende.

E le aziende piccole? Si muovono di più, in tutte e due le direzioni

Un'ultima cosa, che è la più utile da capire e la più facile da usare male.

Fra i titoli saliti oggi con il calo del greggio c'è anche Frontier Group Holdings, la società della compagnia aerea a basso costo Frontier, in rialzo di circa il 3,4% a 6 dollari per azione. È una small cap, cioè un'azienda di piccola dimensione in Borsa: tutta insieme vale circa 1,4 miliardi di dollari, contro le decine di miliardi di United o Delta.

Le piccole tendono a muoversi molto più delle grandi sulla stessa identica notizia. I motivi sono due. Il primo è che hanno meno cuscino: un'azienda piccola con margini sottili vede una variazione del costo del carburante ribaltarsi quasi tutta sull'utile, mentre un colosso la assorbe. Il secondo è che sono scambiate meno: bastano meno soldi in acquisto per far salire il prezzo, e bastano meno soldi in vendita per farlo scendere.

Ed è esattamente per questo che le piccole non sono la versione furba delle grandi. Lo stesso motore che le fa correre nei giorni buoni le fa crollare nei giorni brutti, con la stessa violenza, e a volte senza che sia successo niente di specifico a quell'azienda.

Un esempio arrivato oggi da Piazza Affari lo dice meglio di qualunque spiegazione. Il FTSE MIB, l'indice delle quaranta società italiane più grandi, ha chiuso in rialzo dello 0,49%. Ma l'indice delle Mid Cap, cioè le medie, ha chiuso in ribasso dello 0,63%. Stesso Paese, stessa giornata, stessa notizia sul petrolio, e due segni opposti a seconda della taglia. Se guardate solo l'indice principale e pensate che quello sia "il mercato", una parte importante di quello che è successo non la vedete proprio.

IPOMANIA!

🚀 CXMT +535% al debutto

Il produttore cinese di chip di memoria CXMT (ChangXin Memory Technologies) ha esordito alla Borsa di Shanghai con un incredibile +535%, arrivando per alcune ore a essere la società con la maggiore capitalizzazione del mercato cinese. 🇨🇳

L'azienda produce chip DRAM, fondamentali per smartphone, PC e server dedicati all'intelligenza artificiale. 🤖 La forte domanda legata al boom dell'AI ha reso questa IPO la seconda più grande nella storia della Cina, con richieste di acquisto pari a 212 volte le azioni disponibili.

📈 Perché conta?

Il mercato delle memorie DRAM è oggi dominato da Samsung, SK Hynix e Micron, ma i capitali raccolti con la quotazione potrebbero dare a CXMT le risorse per crescere più rapidamente e conquistare nuove quote di mercato.

👀 Inoltre, secondo alcune indiscrezioni, anche Apple starebbe valutando l'impiego dei chip CXMT nei dispositivi destinati al mercato cinese, un segnale che potrebbe aumentare ulteriormente l'interesse degli investitori.

🌍 Per il momento, però, il titolo resta accessibile quasi esclusivamente agli investitori cinesi. Gli investitori esteri dovranno attendere un'eventuale inclusione nel programma Stock Connect, prevista non prima della metà di settembre.

⚠️ Attenzione, però: i debutti in Borsa più spettacolari non sempre si trasformano negli investimenti migliori. È un po' come quando apre un nuovo ristorante: nei primi giorni c'è la fila fuori dalla porta, ma solo dopo qualche mese si capisce se il cibo è davvero all'altezza della fama. Allo stesso modo, nelle IPO l'entusiasmo iniziale può spingere i prezzi molto oltre il reale valore dell'azienda. Per questo è sempre meglio lasciar passare l'euforia e valutare i fondamentali prima di investire.

 

🚗 Auto nuova o usata: il costo che non vi manda mai il conto

Oggi abbiamo parlato di petrolio che scende, e la prima cosa a cui si pensa è il pieno. Ma il carburante è la spesa dell'auto che vedete ogni settimana, e proprio per questo è quella su cui ragionate meglio. La più grande di tutte è un'altra, e quasi nessuno la mette in conto perché non arriva mai una bolletta a ricordarla.

Il prezzo non è il costo

Il costo vero di un'auto è quanto di quei soldi non tornerà indietro: la differenza fra quello che pagate oggi e quello che incasserete il giorno in cui la rivendete.

Quella differenza ha un nome, svalutazione. È la perdita di valore che l'auto accumula anche standosene ferma in garage, perché invecchia e accumula chilometri. Nessuno ve la addebita, e per questo non la vedete.

Guardate le due barre. Un'auto nuova media in Italia costa 36.400 euro di listino e nel primo anno ne perde tra 6.550 e 9.100. Usarla per un anno, con dentro tutto (carburante, assicurazione, bollo, tagliando, gomme), costa tra 3.000 e 6.500. Le due fasce non si sfiorano nemmeno: l'auto perde standosene ferma più di quanto vi costi usarla.

È questo il punto. La gente cambia assicurazione per risparmiare cinquanta euro e sceglie il distributore che costa tre centesimi in meno al litro, cose giuste, e poi prende una decisione da ottomila senza accorgersi di averla presa.

Perché l'usato è il punto in cui la matematica gira

Dopo il primo anno la caduta rallenta molto, dal 18-25% a circa il 4-6% l'anno. Chi compra un'auto di tre o quattro anni non compra un'auto peggiore: compra la stessa auto dopo che qualcun altro ha già pagato la parte ripida.

I tre "ma", altrimenti il ragionamento è monco

L'usato costa di più quando si rompe. Alle spese ordinarie si aggiunge la manutenzione straordinaria, fino a circa mille euro l'anno, e su un'auto vecchia arriva più spesso. Va messa in conto prima, non scoperta dopo.

L'assicurazione non scende quanto pensate. Il premio dipende soprattutto dalla vostra classe di merito, cioè il punteggio che premia chi non fa incidenti, e dalla provincia in cui vivete. Non dal valore dell'auto. Comprarne una che costa la metà non dimezza la RC.

Il bollo guarda anche quanto inquina. Si calcola sui kilowatt e sulla classe ambientale, la categoria che misura le emissioni. Un'auto molto vecchia può pagare di più e, soprattutto, può trovarsi vietato l'ingresso in città nei giorni di blocco del traffico. Un'auto che non potete usare quando vi serve non è un affare, per quanto sia costata poco.

E se pensate di comprarla a rate, rileggete quello che vi abbiamo scritto venerdì sul tasso zero: l'auto è il posto dove quella formula si incontra più spesso.

Le tre domande da farsi prima di firmare

Non riguardano l'auto, riguardano voi.

Per quanti anni la terrò? Cambiandola ogni tre o quattro anni pagate ogni volta la fetta più cara della svalutazione, e non arrivate mai agli anni in cui un'auto costa poco. Tenendola dieci anni, quella perdita la spalmate su un periodo lungo e il nuovo ha molto più senso.

Quanti chilometri faccio davvero? Sotto i diecimila all'anno la macchina è ferma quasi sempre, e una macchina ferma è un capitale che si svaluta senza restituirvi niente.

Se si rompe domani, ho i soldi per ripararla senza indebitarmi? È questa, molto più del prezzo di acquisto, la domanda che decide se potete permettervi un usato.

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Houti