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🎯 Palantir, i conti che hanno zittito tutti
Ieri sera, a mercati americani chiusi, Palantir ha pubblicato la sua trimestrale. E prima di guardare i numeri facciamo un passo indietro, perché due cose vanno chiarite.
La prima: cos'è una trimestrale. Ogni tre mesi le aziende quotate sono obbligate ad aprire i conti e dire quanto hanno incassato e quanto hanno guadagnato. Non è burocrazia, è il momento in cui si scopre se quello che l'azienda raccontava di sé era vero. Gli analisti nelle settimane precedenti fanno le loro stime, e il mercato compra o vende sulla differenza tra quelle stime e i numeri veri. Ecco perché sentite dire "ha battuto le attese": non significa che ha guadagnato tanto in assoluto, significa che ha guadagnato più di quanto ci si aspettasse.
La seconda: cosa fa Palantir. Vende software che prende montagne di dati sparsi e disordinati, quelli che un'organizzazione già possiede ma tiene in venti archivi diversi che non si parlano tra loro, e li mette insieme in un unico posto dove si può finalmente capirci qualcosa e decidere. Nasce lavorando per la difesa e le agenzie del governo americano, ed è per questo che per anni è stata etichettata come "l'azienda dei servizi segreti". Tenete a mente questa etichetta, perché è esattamente il punto della notizia di oggi.
I numeri. Nel trimestre Palantir ha incassato 1,94 miliardi di dollari, il 93% in più dello stesso trimestre dell'anno scorso. Fermiamoci un secondo qui, perché è un numero che si legge di sfuggita e non si capisce quanto sia anomalo: vuol dire che in dodici mesi l'azienda ha quasi raddoppiato il proprio giro d'affari. Una società matura cresce del 5 o 10% l'anno. Una che cresce del 93% quando fattura già miliardi è una rarità vera. L'utile per azione, cioè quanto guadagno netto tocca a ogni singola azione, è stato di 0,41 dollari contro i 0,35 attesi.
Ma il numero che conta davvero è un altro. La parte di Palantir che vende alle aziende private americane, non al governo, è cresciuta del 149%, arrivando a 764 milioni. Qui sta la vera notizia: Palantir sta smettendo di essere l'azienda che campa sui contratti pubblici e sta diventando un fornitore di software per le imprese normali, banche, ospedali, industrie. È una trasformazione che il mercato aspettava da anni, perché cambia la natura del rischio: i contratti governativi sono pochi, enormi e dipendono da chi siede alla Casa Bianca, i clienti privati sono tanti, più piccoli e non si perdono tutti insieme.
C'è poi un dettaglio che spiega perché il mercato si è entusiasmato così tanto. Crescere in fretta è facile se si brucia cassa: si abbassano i prezzi, si assume a valanga, si compra il fatturato in perdita. Palantir invece cresce del 93% restando profittevole, con un utile netto intorno a 1,1 miliardi. Nel mondo del software esiste una regoletta pratica chiamata "regola del 40": si somma la percentuale di crescita al margine di profitto, e se il totale supera 40 l'azienda è considerata in ottima salute. Palantir è arrivata a 155. Non è un errore di stampa.
L'ultima cosa, e forse la più importante. L'azienda ha alzato le previsioni per tutto il 2026, portandole a circa 8,15 miliardi di ricavi, l'82% in più dell'anno scorso. Questa cosa qui, in gergo, si chiama guidance: è l'azienda stessa che dice quanto pensa di incassare nei mesi che verranno. E il mercato ci tiene spesso più che ai numeri appena usciti, per un motivo semplice: il trimestre appena chiuso è passato, la guidance parla di domani, e chi compra un'azione compra il domani, non ieri.
Risultato: il titolo è salito di oltre il 12% nelle contrattazioni serali, tornando in area 142 dollari.
Un contesto onesto però va dato, perché fa la differenza tra capire e illudersi: Palantir da inizio anno era comunque sotto di circa il 30%. Il balzo di ieri sera non arriva dopo mesi di festa, arriva dopo mesi difficili, in cui il mercato aveva iniziato a dubitare che la crescita potesse reggere a quel ritmo. Ieri l'azienda ha risposto con i fatti.
Nel mio portafoglio Palantir è una posizione che in questo momento segna +27% (peso: da inserire).
💡 La cosa da portarsi a casa. Il mio +27% e il meno 30% da inizio anno del titolo sono veri tutti e due, e non è una contraddizione: dipende solo da quando si è comprato. È la dimostrazione più concreta che esista di una cosa che ripetiamo sempre: il prezzo di carico conta più della notizia del giorno. Chi era entrato al momento giusto e ha avuto la pazienza di non vendere durante i mesi brutti, ieri sera ha visto arrivare la ricompensa. Chi ha comprato sull'entusiasmo del massimo, oggi con questi stessi conti eccezionali è ancora sotto. Stessa azienda, stessa trimestrale, due esperienze opposte. Attenzione, però, all'altra faccia: dopo un rialzo simile Palantir resta un titolo pagato molto caro rispetto a quanto guadagna oggi, e questo significa che le attese su di lei restano altissime. Quando le attese sono altissime, anche una trimestrale semplicemente "buona" può bastare a far scendere il titolo.
📦 Bezos vende 4 miliardi di Amazon, e non vuol dire quello che sembra
Nella stessa giornata in cui Amazon superava per la prima volta i 3.000 miliardi di valore in borsa, Jeff Bezos ha comunicato che venderà 15 milioni di azioni, circa 4,07 miliardi di dollari. Stamattina il titolo ha aperto in calo di oltre il 2%. Ma dentro quella notizia c'è una riga che i giornali non riportano, ed è quella che cambia tutto.
Bezos non l'ha annunciato in conferenza stampa: ha depositato alla SEC, l'autorità che vigila sulla borsa americana, un documento pubblico che si chiama Form 144. Chi sta dentro l'azienda e sa cose che noi non sappiamo non può vendere di nascosto, deve dichiararlo prima. E in quel documento c'è scritto che la vendita rientra in un piano 10b5-1 adottato il 14 novembre 2025: uno strumento con cui un insider fissa in anticipo quante azioni venderà e a quali date, dopodiché tutto parte in automatico e lui non può più intervenire. Serve a impedire che un dirigente venda il giorno prima di una brutta notizia che conosce solo lui.
Tradotto: Bezos questa vendita l'ha decisa nove mesi fa, quando non poteva sapere né i risultati di ieri né il record dei 3.000 miliardi. Il titolo di giornale dice "Bezos vende mentre Amazon vola", il documento dice che è scattato un ordine programmato l'autunno scorso. Due notizie diverse, e una sola è vera.
C'è poi un'asimmetria da tenere a mente sempre: chi compra un'azione ha un solo motivo, crede che salirà. Chi vende ne ha cento, e quasi nessuno riguarda l'azienda. Tasse, una casa, un'altra impresa da finanziare, oppure semplicemente il buonsenso di non tenere quasi tutto il patrimonio in un titolo solo. Quelle azioni Bezos le ha ricevute come fondatore nel 1994 e ne resta uno dei maggiori azionisti: non sta scappando, sta alleggerendo.
Amazon nel nostro portafoglio c'è, con un carico di 226,50 dollari contro i 268 di oggi, quindi circa +18,5%, ed è la posizione più pesante della sezione Growth. Noi non cambiamo nulla, per un motivo semplice: oggi non è cambiata Amazon, è cambiato solo un titolo di giornale su Amazon.
💡 La cosa da portarsi a casa. La differenza tra "Bezos scappa" e "vendita decisa nove mesi fa" sta in una riga di un documento pubblico e gratuito, che chiunque può leggere. Non serve essere esperti, serve andare a vedere. Ed è la stessa domanda che ci aspetta giovedì con il lock-up di SpaceX: quell'insider vende perché sa qualcosa, o perché aveva un piano?
Il dollaro ce l'hai anche se non l'hai mai comprato
Perché il tuo ETF americano rende meno di quello che leggi in giro
Un'azione americana vive in dollari: incassa in dollari, vale dollari. Voi però vivete in euro, e in euro rivorrete i soldi il giorno in cui venderete. In mezzo c'è il cambio, cioè quanti euro serve per comprare un dollaro. È un prezzo come gli altri e si muove, ogni giorno un po', in certi anni parecchio.
La prima obiezione è sempre la stessa: "io l'ho comprato in euro, alla Borsa di Milano". Purtroppo non basta.
Dentro quell'ETF ci sono azioni americane, e restano americane anche se la scatola porta il prezzo scritto in euro. La valuta di quotazione è solo la lingua della traduzione. Il rischio sta dentro la scatola, non sull'etichetta.
E qui arriva la parte che quasi tutti sbagliano, il conto. Mettiamo 1.000 euro investiti. In un anno le azioni salgono del 10% in dollari, ma il dollaro perde l'8% contro l'euro. L'istinto dice: 10 meno 8, ho guadagnato il 2%.
I due effetti non si sommano, si moltiplicano: 1,10 per 0,92 fa 1,012. Cioè l'1,2%, dodici euro invece di cento. E sull'estratto conto non troverete mai scritto "meno 88 euro di cambio": vedrete solo un rendimento più magro del previsto.
Attenzione però, perché il cambio non è un nemico. Va in tutte e due le direzioni.
Guardate bene: in tutti e tre i casi l'azione ha fatto lo stesso identico +10%. È solo il cambio a decidere se in tasca vi resta l'1,2% o il 18,8%. Sulle obbligazioni pesa ancora di più: un titolo in dollari che rende il 4% se lo mangia un movimento di cambio del 6%, e avanza pure.
Si può togliere? Sì, e sono gli ETF che portano scritto nel nome EUR hedged. Chi li gestisce firma contratti che bloccano il cambio: se il dollaro scende ti rimettono a posto, se sale ti tolgono il regalo.
Solo che la copertura si paga, e non è una commissione scritta in grande: vale grosso modo la differenza fra i tassi di interesse delle due valute, quindi costa cara quando i tassi americani sono molto sopra i nostri. Non state togliendo il rischio, state scegliendo quale correre.
Cosa portarsi a casa. Più l'orizzonte è lungo, meno il cambio decide il risultato finale; se invece quei soldi vi servono in euro fra due anni, può decidere parecchio. Ma la cosa davvero importante è un'altra: il problema non è avere il dollaro in portafoglio, è averlo senza saperlo, e poi chiedersi per mesi perché i vostri numeri non assomigliano a quelli che leggete nei titoli americani. Loro contano in dollari, voi contate in euro 📊