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🌍 Stretto di Hormuz: torna il blocco navale e il petrolio risale

Ormai lo sappiamo bene: lo Stretto di Hormuz è cruciale perché da lì passa circa un quinto di tutto il petrolio mondiale, e ogni volta che il traffico si blocca il prezzo del greggio sale ovunque, portandosi dietro benzina, trasporti e inflazione. Ed è esattamente quello che sta tornando a succedere.

L'escalation tra Stati Uniti e Iran continua con una mossa pesante: gli USA hanno reimposto il blocco navale contro le navi dirette o provenienti dai porti iraniani. La decisione arriva dopo tre notti consecutive di attacchi americani, scatenati dagli assalti iraniani alle petroliere nello Stretto. La tregua firmata il mese scorso è ormai definitivamente saltata, e nell'area gli Stati Uniti hanno schierato oltre 20 navi da guerra e centinaia di aerei. Trump ha chiarito che lo Stretto resta "aperto a tutto il traffico tranne che all'Iran".

C'è poi una novità sul fronte economico che merita una spiegazione. Nei giorni scorsi Trump aveva proposto di far pagare alle navi un'imposta del 20% in cambio della protezione americana nel passaggio. Ora ha fatto marcia indietro: al posto del pedaggio, dice di aver concordato con i Paesi del Golfo una formula diversa, in cui questi investiranno ingenti somme negli Stati Uniti anziché versare una tassa sul transito. Secondo il suo racconto, sarebbero stati gli stessi leader del Golfo a preferire questa strada.

La reazione del petrolio fotografa bene la tensione: il Brent era balzato fino a +5%, sfiorando gli 87 dollari, per poi ripiegare a +2,6% intorno agli 85 dollari dopo le parole di Trump sugli accordi col Golfo. Il messaggio è chiaro: dopo essere sceso fin sotto i 70 dollari, il greggio è tornato sopra gli 85, segno che la partita sull'energia si è riaperta di colpo. Ed è la ragione per cui questa vicenda, che sembra lontana, tocca da vicino l'inflazione e le prossime mosse delle banche centrali.

 

🚨 USA: Inflazione sotto le attese

Il dato di giugno segna un forte raffreddamento dei prezzi: l'inflazione scende più del previsto su tutti i fronti. 🟢

📊 CPI (M/M): -0,4% ⬇️ (atteso -0,1% · precedente +0,5%)
📊 CPI (Y/Y): +3,5% ⬇️ (atteso +3,8% · precedente +4,2%)
📊 CPI Core (M/M): 0,0% ⬇️ (atteso +0,2% · precedente +0,2%)
📊 CPI Core (Y/Y): +2,6% ⬇️ (atteso +2,8% · precedente +2,9%)

Tutti i numeri sono usciti migliori delle attese: l'inflazione rallenta sia nel dato complessivo (headline) sia in quello di fondo (core, che esclude cibo ed energia). Il dato mensile headline addirittura negativo (-0,4%) segnala che, complice il calo dell'energia, a giugno i prezzi sono scesi rispetto a maggio. È il segnale che il mercato aspettava: il picco dell'inflazione è alle spalle.

🏛️ Warsh però non abbassa la guardia. Il presidente della Fed ha ribadito che la banca centrale ha "tolleranza zero" per un'inflazione persistentemente elevata, aggiungendo che l'inflazione di fondo dipende dalla politica monetaria e che il mercato del lavoro appare nel complesso stabile. Tradotto: i dati di oggi sono un'ottima notizia, ma non bastano da soli a far cambiare rotta alla Fed. Serve una conferma nei prossimi mesi prima che si possa davvero parlare di allentamento.

cmegroup.com‍ La prossima riunione della FED si terrà il 27 Luglio, il mercato non si aspetta ne un rialzo ne un ribasso dei tassi

 

📉 IBM crolla del 25%

Tonfo pesante per IBM, che ha perso oltre il 25% in una sola seduta dopo aver anticipato ricavi trimestrali sotto le attese. Ma più del dato in sé, è la motivazione a raccontare qualcosa di importante su cosa sta succedendo nel mondo della tecnologia.

Il problema di IBM non è che i clienti stanno spendendo di meno, è che stanno spendendo in modo diverso. Nelle ultime settimane di giugno, le aziende hanno improvvisamente dirottato i loro budget informatici lontano dal software tradizionale e dai grandi computer aziendali (i "mainframe", storico punto di forza di IBM) per riversarli su una cosa sola: hardware. Cioè server, sistemi di archiviazione e memorie.

Qui si collega un tema che seguiamo da settimane. Tutta questa corsa all'hardware è la stessa forza che ha fatto volare i produttori di memorie come Micron, Samsung e SK Hynix e ha spinto i prezzi dei chip alle stelle. Le aziende, per far girare l'intelligenza artificiale, hanno bisogno disperato di potenza di calcolo fisica, e stanno tagliando altrove pur di comprarla. IBM, che vive soprattutto di software e consulenza, si è ritrovata dal lato sbagliato di questo spostamento.

È un episodio che fotografa bene la fase attuale del mercato: c'è un travaso enorme di capitali verso tutto ciò che è "infrastruttura AI" (chip, memorie, server), a scapito di chi vende servizi e software, percepiti come le prime vittime di questo cambiamento. Il caso IBM ci ricorda una cosa: nell'era dell'AI, non basta essere un colosso storico della tecnologia. Conta trovarsi dalla parte giusta dell'onda, e in questo momento l'onda è tutta sull'hardware.

 

🚀 La Cina recupera il suo primo razzo riutilizzabile

È un momento storico per il programma spaziale cinese. Il 10 luglio la Cina ha recuperato con successo per la prima volta il primo stadio di un razzo orbitale riutilizzabile, il vettore Lunga Marcia 10B. Fino a ieri, solo SpaceX di Elon Musk era riuscita a fare una cosa del genere con il suo Falcon 9. Ora Pechino entra in un club che finora aveva un solo membro.

Spieghiamo perché è così importante, perché dietro c'è un concetto che ha rivoluzionato l'economia dello spazio. Per decenni i razzi sono stati "usa e getta": dopo ogni lancio venivano buttati, come se si comprasse un aereo nuovo per ogni volo. SpaceX ha cambiato le regole imparando a far tornare a terra il primo stadio (la parte più costosa del razzo) per riutilizzarlo. Il risultato è un crollo dei costi di lancio, che ha permesso a Musk di dominare il settore con centinaia di lanci all'anno.

Nel caso cinese, il primo stadio si è separato circa sei minuti dopo il decollo, è rientrato verso la Terra ed è stato catturato con una tecnica innovativa assistita da una rete. L'obiettivo dichiarato è ambizioso: iniziare a riutilizzare commercialmente questi razzi già entro fine 2026, puntando a 50 voli all'anno.

Qui si lega un tema di cui abbiamo parlato proprio in questi giorni: il ritardo europeo nello spazio. Mentre l'Europa arranca con meno di 10 lanci l'anno e nessun razzo riutilizzabile, la Cina compie un salto tecnologico enorme e si mette all'inseguimento diretto degli Stati Uniti. La corsa allo spazio, sempre più intrecciata con difesa, comunicazioni e satelliti, si conferma un affare a due, Stati Uniti e Cina, con l'Europa che rischia di restare a guardare. E abbattere i costi di lancio, come insegna proprio SpaceX, è la chiave che apre tutto il resto: dalle mega-costellazioni di satelliti alle future missioni sulla Luna.

 

🐉 Cina: pugno duro in politica, crescita sbilanciata sull'export

La Cina resta fedele al suo copione: linea dura sul fronte politico e crescita che si regge quasi solo sull'estero. Sul piano interno, l'ex membro del Politburo Ma Xingrui è stato espulso dal Partito per corruzione, ultimo episodio della lunga campagna anticorruzione di Xi Jinping, che negli anni è servita anche a consolidare il suo potere eliminando rivali e figure scomode.

Ma è sul fronte economico che arrivano i numeri interessanti. A giugno le esportazioni cinesi sono salite del 27% su base annua, accelerando dopo il +19,4% di maggio, mentre il surplus commerciale (cioè quanto la Cina esporta in più rispetto a ciò che importa) si è allargato a 125,6 miliardi di dollari, il secondo dato più alto di sempre. A trainare sono soprattutto l'hardware legato all'intelligenza artificiale e le auto, con oltre un milione di veicoli spediti all'estero in un solo mese.

Il problema è che dietro questi numeroni si nasconde una fragilità. Dentro i confini cinesi la situazione è ben diversa: consumi deboli, mercato immobiliare in crisi e investimenti fiacchi. In pratica i cinesi in casa spendono poco, e questo lascia la crescita del Paese sempre più dipendente dalla domanda estera. È un equilibrio rischioso, perché significa affidare il proprio destino economico a quanto il resto del mondo è disposto a comprare.

Per i mercati la lettura è duplice. Da un lato, una Cina che esporta a valanga mette sotto pressione le industrie globali che le fanno concorrenza (l'abbiamo visto proprio con Volkswagen qualche giorno fa). Dall'altro, se il PIL del secondo trimestre, atteso al 4,5%, confermerà il rallentamento rispetto al 5% di inizio anno, è probabile che Pechino vari nuove misure di sostegno all'economia. La vera domanda di fondo resta sempre la stessa: quanto può durare una crescita che si regge sull'export mentre il motore interno resta spento?

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