Allineamento
📊
📈 S&P 500 — 7.575 · ⬆️ +0,42%
💻 NASDAQ — 26.282 · ⬆️ +0,29%
🏭 DOW JONES — 52.637 · ⬆️ +0,29%
🇮🇹 FTSE MIB — 52.809 · ⬆️ +0,37%
🥇 GOLD — ~$4.115/oz · ➡️
🛢️ WTI — ~$72/bbl · ⬇️
🏛️ US 10Y — 4,56% · ⬇️
₿ BTC — $64.341 · ⬆️
Giovedì prossimo alle ore 19:30 faremo una breve presentazione su come fare un PAC con Freedom24 seguirà breve il link!
🌍 Bond globali
Sta succedendo qualcosa che non si vedeva da una generazione, e il grafico qui sopra lo fotografa alla perfezione: per la prima volta da decenni, i rendimenti dei titoli di Stato di Stati Uniti, Germania e Giappone stanno tornando a somigliarsi. Oggi il decennale americano paga il 4,5%, quello tedesco il 2,9%, quello giapponese il 2,5%. Sembrano numeri qualsiasi, ma dietro c'è la fine di un'era.
Per capirlo bisogna guardare il Giappone, che è la vera notizia. Per trent'anni il Giappone è stato il grande malato dell'economia mondiale: prezzi fermi o in calo, crescita anemica, e una banca centrale che per tenere in vita il Paese aveva schiacciato i tassi a zero, a volte addirittura sottozero. Comprare un titolo di Stato giapponese significava, in pratica, non guadagnarci nulla. Era un mondo a parte, l'eccezione che confermava la regola. Oggi quell'eccezione sta scomparendo: il rendimento giapponese è risalito ai massimi da trent'anni e si sta riallineando a quello degli altri grandi Paesi. Per BlackRock è la prova che il ritorno dei tassi alti non è un episodio passeggero legato all'inflazione di questi anni, ma un cambiamento profondo e duraturo.
C'è però un prezzo da pagare, e lo paga lo yen, crollato ai minimi dal 1986, quarant'anni fa. Il motivo è semplice: anche se i tassi giapponesi salgono, restano comunque lontanissimi da quelli americani, e i capitali continuano a preferire il dollaro. Qui si nasconde un rischio che vale la pena spiegare, perché riguarda tutti. Da anni gli investitori di tutto il mondo usano lo yen per una mossa chiamata "carry trade": prendono in prestito denaro in Giappone, dove costa pochissimo, e lo investono altrove, dove rende di più. Finché lo yen resta debole, il gioco funziona. Ma quando tutti scommettono nella stessa direzione, come sta accadendo ora, basta un'inversione improvvisa per far scattare una corsa a chiudere le posizioni, con scossoni che possono propagarsi a tutti i mercati. È una di quelle tensioni sotterranee che non fanno rumore finché non esplodono.
La lettura di BlackRock è quindi prudente ma chiara: meglio stare alla larga dai titoli di Stato giapponesi, appesantiti da nuovi rialzi e da una valanga di nuove emissioni, e puntare piuttosto sulle azioni giapponesi e sulle scadenze brevi dei bond americani ed europei. Ma il messaggio che conta va oltre il Giappone e riguarda ognuno di noi: dopo un decennio in cui le obbligazioni non rendevano nulla e comprare azioni era quasi un obbligo, il ritorno di rendimenti veri sta lentamente cambiando le regole del gioco su dove conviene mettere i propri soldi.
⚠️ Il debito degli investitori a livelli record
C'è un grafico che gira tra gli addetti ai lavori e che dice molto sullo stato di euforia del mercato. Si chiama net credit balance e misura una cosa semplice: se gli investitori, nel loro insieme, hanno più liquidità da parte o più debiti.
Molti comprano azioni a debito, facendosi prestare soldi dal broker per investire più di quanto potrebbero (la cosiddetta "leva"). Questo indicatore confronta i contanti che gli investitori tengono sui conti con i soldi presi in prestito. Quando è negativo, nel sistema ci sono più debiti che liquidità.
A maggio 2026 il valore ha toccato quasi -1.000 miliardi di dollari, un record storico assoluto, molto peggiore dei picchi del 2000 (bolla internet), del 2007 (prima della crisi finanziaria) e del 2021. Mai come oggi si sono comprate azioni indebitandosi così tanto.
Perché conta? Perché la leva moltiplica i guadagni quando il mercato sale, ma moltiplica anche le perdite quando scende. Se i titoli calano, i broker chiedono indietro i soldi prestati, gli investitori vendono per ripagarli, e queste vendite forzate spingono i prezzi ancora più giù: è il meccanismo che trasforma una correzione in un crollo.
Non è una previsione di catastrofe imminente: questo dato può restare negativo a lungo mentre il mercato sale, e da solo non dice quando qualcosa andrà storto. Ma dopo mesi di euforia su AI e semiconduttori, ci ricorda che il rialzo poggia su una base di debito senza precedenti. Non un motivo per farsi prendere dal panico, ma per ricordare che oggi il rischio è più alto del solito.
🏭 TSMC
TSMC, il più grande produttore di chip su commissione al mondo, ha registrato un balzo dei ricavi del 36% su base annua nel secondo trimestre, arrivando a circa 39,63 miliardi di dollari. Il solo mese di giugno ha visto i ricavi crescere di quasi il 68% rispetto a un anno prima. A trainare tutto è sempre la stessa forza: la domanda travolgente di chip avanzati per l'intelligenza artificiale. TSMC è il fornitore chiave di colossi come Nvidia, e questo la mette al centro esatto del boom AI.
Un dettaglio interessante è che l'azienda ha dovuto rimandare la pubblicazione dei dati di giugno da venerdì a lunedì per via dei disagi causati dal tifone Bavi: un promemoria di quanto la filiera globale dei chip dipenda da una manciata di stabilimenti concentrati a Taiwan, esposti anche ai capricci del meteo oltre che alle tensioni geopolitiche.
TSMC è considerata il vero termometro dell'intero settore dei semiconduttori: quando fa i numeri, li fanno un po' tutti. Per questo, più che i ricavi record già annunciati, la vera attenzione nei prossimi giorni sarà tutta sulle previsioni che l'azienda darà per i trimestri a venire. Sono quelle a muovere il mercato: se TSMC conferma che la domanda di chip AI resta fortissima, è un segnale rassicurante per l'intera filiera; se dovesse invece mostrare qualche cautela, la scossa si sentirebbe su tutti i titoli del comparto.
🚗 Volkswagen
Volkswagen potrebbe tagliare altri 50.000 posti di lavoro, che si andrebbero a sommare ai 50.000 già concordati in tutto il gruppo (Porsche e Audi incluse). Il motivo lo ha spiegato l'amministratore delegato Oliver Blume in un promemoria interno: l'azienda ha calcolato di avere uno svantaggio di costo del 20% rispetto ai concorrenti, e questo si traduce in una "detrazione teorica" di altri 50.000 posti nel mondo. Blume precisa che si sta ancora valutando quanti tagli siano davvero necessari e realizzabili, ma la direzione è tracciata.
Il contesto è quello di un'azienda sotto assedio. La settimana scorsa Volkswagen ha annunciato che dimezzerà la propria gamma di modelli e continuerà a ridurre la capacità produttiva, concentrandosi solo sui segmenti più redditizi. La pressione arriva soprattutto dalla Cina: da un lato è un mercato dove i tedeschi faticano sempre di più, dall'altro i produttori cinesi stanno invadendo l'Europa con auto più economiche. Come ha detto lo stesso Blume, "la situazione globale è peggiorata negli ultimi dodici mesi".
Questa è la fotografia di un gigante che sta scoprendo di essere diventato lento e costoso proprio mentre il mercato dell'auto cambia pelle. Il vero problema non sono i singoli tagli, ma il fatto che il colosso storico dell'auto europea si trovi a inseguire i cinesi sul terreno del prezzo, un terreno su cui è strutturalmente svantaggiato. I tagli servono a guadagnare tempo, ma la sfida di fondo è un'altra: capire se Volkswagen riuscirà a reinventarsi abbastanza in fretta, o se resterà schiacciata tra costi alti in casa e concorrenti aggressivi che arrivano da est.
🚀 Europa in ritardo nella corsa allo spazio
Lo spazio è tornato a essere terreno di competizione tra grandi potenze, e non solo per prestigio: mettere in orbita satelliti significa oggi controllare comunicazioni, sorveglianza e capacità militari. Le potenze stanno aumentando gli investimenti per portare la difesa in orbita, ma l'Europa parte con un handicap strutturale pesante: non ha abbastanza razzi propri per lanciare quando e quanto le serve.
Il divario si capisce meglio con un solo numero. Nel 2025 la sola SpaceX di Elon Musk ha effettuato circa 170 lanci, da sola più di tutto il resto del pianeta messo insieme. Nello stesso anno l'intera Europa ne ha totalizzati 8. Non è un piccolo ritardo, è un abisso: significa che il continente, quando ha bisogno di mandare qualcosa in orbita, spesso deve dipendere da capacità esterne, cioè affidarsi proprio ai razzi americani dei concorrenti. In un momento in cui lo spazio entra sempre di più nella strategia di sicurezza, dipendere dagli altri per l'accesso all'orbita è una debolezza che pesa.
Per i mercati il tema si intreccia con difesa, aerospazio e autonomia industriale. La pressione su governi e istituzioni europee per accelerare la spesa pubblica e costruire filiere proprie è destinata a crescere, e a beneficiarne potrebbe essere il comparto della difesa esposto a lanciatori, satelliti e infrastrutture orbitali (in Europa pesano nomi come Avio e Arianespace sul fronte razzi, e i grandi gruppi della difesa come Leonardo e Airbus su satelliti e sistemi).
Il rovescio della medaglia è che il ritardo europeo, nel frattempo, allarga il vantaggio dei player americani già perfettamente integrati tra tecnologia, spazio e sicurezza, SpaceX in testa. È la solita dinamica che vediamo in molti settori strategici: chi arriva prima e in scala costruisce un vantaggio difficile da colmare, e l'Europa si ritrova ancora una volta a inseguire, con l'aggravante che stavolta il terreno è quello, delicatissimo, della difesa.