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Apple e Amazon, due trimestri opposti

Giovedì sera hanno pubblicato i conti sia Apple che Amazon. Tutti e due i trimestri sono buoni. Venerdì il mercato ne ha premiato uno e punito l'altro, e capire perché vale più di qualsiasi previsione sul prossimo mese.

Partiamo da Apple, perché il numero sembra un errore di stampa. Nei tre mesi appena chiusi Apple ha incassato 109,4 miliardi di dollari, il 16% in più di un anno fa. È il fatturato più alto della sua storia per un trimestre estivo. L'utile per azione è cresciuto del 29%. iPhone e Mac hanno venduto più di quanto gli analisti si aspettassero.

Il titolo ha chiuso venerdì a meno 7,4%.

Le due cose che non sono piaciute, se le guardate, sono minuscole. I servizi, cioè abbonamenti, pubblicità e App Store, hanno fatto 30,74 miliardi contro i 31,22 attesi. La Cina ha fatto 18,8 miliardi contro i 19,5 attesi. Parliamo di scarti dell'un e mezzo per cento su un fatturato da centonove miliardi. Nell'immagine qui sopra le abbiamo disegnate partendo da zero apposta: la differenza c'è, ma è quella sottile riga che vedete.

Il motivo vero l'ha detto Tim Cook con una frase che vale la pena riportare per intero. Ha spiegato che Apple ha alzato "con riluttanza" alcuni prezzi, e ha chiamato quello che sta succedendo al costo delle memorie "un'alluvione secolare". Si aspetta che la scarsità di processori e il prezzo della memoria limitino la disponibilità di iPhone, Mac e iPad nei prossimi mesi.

E qui dovete tornare a quello che vi abbiamo raccontato venerdì. Nell'uscita precedente vi abbiamo spiegato che i produttori di memorie stavano volando: Samsung con i ricavi più che raddoppiati, Micron su del 15%, SanDisk del 26%. Vi abbiamo detto che chi fabbrica le memorie sta guadagnando moltissimo perché i chip scarseggiano.

Benissimo. Ma le memorie che scarseggiano qualcuno le deve anche comprare, e chi le compra è Apple, insieme a chiunque costruisca un telefono o un computer.

💡 Questo è il concetto da portarsi a casa, ed è più utile di qualsiasi nome di azienda: lo stesso identico fatto, la scarsità di un componente, è un ricavo per chi lo produce e un costo per chi lo usa. Non esiste una "notizia buona per il settore tecnologico". Esiste una notizia che, dentro lo stesso settore, arricchisce una fila di aziende e stringe il collo a quella subito dopo. Per darvi la misura: nel secondo trimestre di quest'anno i prezzi delle memorie sono saliti tra il 58% e il 75% in soli tre mesi, la carenza peggiore da quindici anni. Ed è il motivo per cui questa storia non riguarda solo chi investe, ma anche il prossimo telefono che comprerete.

Amazon, e la lezione di venerdì che torna puntuale

Venerdì vi abbiamo lasciato con una frase, e l'avevamo scritta parlando di un cantiere navale: gli utili si annunciano, la cassa si conta. Quarantott'ore dopo torna utile su una delle aziende più grandi del mondo.

I conti di Amazon sono ottimi e non c'è discussione. Ricavi a 200,6 miliardi di dollari in un solo trimestre, il 20% in più di un anno fa. Utile operativo a 27,5 miliardi, su del 43%. E soprattutto la divisione che affitta potenza di calcolo alle altre aziende, AWS, cresciuta del 36,7%: il ritmo più veloce degli ultimi diciotto trimestri, cioè da quattro anni e mezzo. Il titolo ha chiuso la seduta a più 3,9% e ha guadagnato un altro 9% nelle contrattazioni dopo la chiusura.

Ora guardate il secondo numero, quello che sta nelle stesse pagine e non finisce mai nei titoli. Negli ultimi dodici mesi il flusso di cassa libero di Amazon è negativo per 7,6 miliardi di dollari, quando prima era positivo.

Come venerdì, non è una contraddizione, ed è importante capire perché. L'utile misura quanto hai guadagnato sulla carta. È il conto di ricavi meno costi di quel periodo. La cassa misura quanti soldi sono davvero entrati e usciti dal conto corrente. Amazon ha annunciato che nel 2026 spenderà circa 220 miliardi di dollari in centri dati e infrastrutture per l'intelligenza artificiale: sono soldi che escono oggi per generare ricavi negli anni prossimi. Finché costruisci, la cassa può andare sotto anche mentre gli utili salgono.

Una cosa che nell'immagine abbiamo scritto e che qui ripetiamo, perché è il tipo di errore in cui è facilissimo cadere: i due numeri sono di periodi diversi, uno è un trimestre e l'altro è un anno, e non vanno sottratti l'uno dall'altro. Servono a rispondere a due domande diverse.

La differenza rispetto al cantiere navale di venerdì è una sola, ed è quella che conta. Là il lavoro era già firmato: cinquantasette miliardi di ordini da eseguire, incassi in larga parte già contrattualizzati. Qui i ricavi che devono giustificare i duecentoventi miliardi di spesa devono ancora arrivare. Il mercato ha dato fiducia perché AWS sta accelerando, cioè perché un pezzo di quel ritorno si vede già. Non perché la spesa in sé sia una buona notizia.

E noi, cosa abbiamo dentro? Apple non risulta in nessuno dei due portafogli. Amazon è nel portafoglio Intermedio, con un peso intorno all'1,7% e un prezzo medio di carico di 226,50 dollari.

 

L'OPEC ha aperto i rubinetti. Sulla carta.

Il petrolio è l'altra metà della storia dell'inflazione, e questo fine settimana ha portato l'unica notizia vera delle due giornate di borse chiuse.

Partiamo da dove eravamo. Venerdì il Brent, che è il petrolio di riferimento per l'Europa, ha chiuso sopra gli 88 dollari al barile. In un solo mese è salito di oltre il 20%, spinto dalle tensioni nello Stretto di Hormuz, il braccio di mare largo una quarantina di chilometri da cui passa circa un quarto del petrolio trasportato via nave nel mondo. Quando quel passaggio diventa insicuro, il prezzo sale ovunque, anche se il petrolio che arriva in Italia non passa di lì. Il mercato dell'energia è uno solo e non ha confini.

Cosa è successo oggi. L'OPEC+ ha trovato un accordo di principio per aumentare la produzione di circa 188.000 barili al giorno a partire da settembre, e poi fermarsi per tutto l'ultimo trimestre dell'anno.

Vale la pena spiegare bene i due termini, perché tornano continuamente e quasi nessuno li traduce. L'OPEC è l'organizzazione dei principali paesi che esportano petrolio, nata per mettersi d'accordo su quanto produrne. Il più indica un gruppo allargato che comprende anche paesi non membri, la Russia in testa. Insieme decidono le cosiddette quote, che sono i tetti di produzione che ciascuno si impegna a rispettare. La logica è la stessa di qualunque mercato: se producono meno, il prezzo tende a salire; se aprono i rubinetti, tende a scendere.

Ora la parte che serve davvero a capire la notizia, e che i titoli non dicono. Da mesi l'OPEC+ annuncia aumenti di produzione, ma quegli aumenti sono rimasti in larga parte sulla carta. Le guerre in corso stanno limitando le esportazioni reali dal Golfo, dalla Russia e dal Kazakistan, quindi alzare il tetto non significa che il petrolio esca davvero. È come alzare il limite di velocità su una strada bloccata dal traffico: il cartello cambia, il traffico no.

Ecco perché è successa una cosa che a prima vista non torna. L'OPEC+ sta annunciando più produzione e il prezzo, nello stesso mese, è salito del 20%. Non è una contraddizione: è la prova che oggi il prezzo lo fa la geopolitica, non le quote.

E la pausa da ottobre in poi? È il pezzo più interessante e il meno commentato. Dopo l'aumento di settembre il gruppo si fermerà per il resto dell'anno, perché deve affrontare una discussione difficile su come distribuirsi la produzione futura tra i membri. Tradotto: da ottobre, se qualcosa dovesse far salire ancora il prezzo, dall'OPEC non arriverà nessun aiuto automatico.

Perché tutto questo riguarda voi, anche se non avete un solo euro investito nell'energia. Il petrolio non è una materia prima come le altre: entra nel prezzo di quasi tutto. Sta nel pieno del serbatoio, nel costo di trasportare la merce che comprate, nel riscaldamento, nella plastica, nei concimi e quindi nel cibo. Quando sale, ci mette qualche mese e poi si presenta dentro l'inflazione.

E l'inflazione, come avete letto nel blocco sui tassi, è esattamente il motivo per cui oggi il mercato scommette su un rialzo dei tassi a settembre invece che su un taglio. Il filo che tiene insieme questa uscita passa di qui: un barile più caro oggi è, tre mesi dopo, una rata del mutuo che non scende.

 

E adesso lo stesso ragionamento, ma sul vostro conto corrente

Nel blocco su Amazon avete letto una distinzione che sembra roba da contabili: l'utile è quanto hai guadagnato sulla carta, la cassa è quanti soldi sono davvero entrati e usciti. Un'azienda da duecento miliardi di ricavi in tre mesi può avere la cassa sotto zero.

Ora vi diciamo la cosa che rende quel concetto utile anche a chi non comprerà mai un'azione: la stessa identica distinzione esiste sul vostro conto corrente, e quasi nessuno la calcola.

Il vostro stipendio è l'utile. È il numero che dite quando qualcuno vi chiede quanto guadagnate, è quello su cui fate i piani, ed è quello che vi fa dire "riesco a mettere via trecento euro al mese". La vostra cassa è un'altra cosa: è quanto è entrato meno quanto è uscito davvero, contato su un anno intero. E quasi sempre i due numeri non si somigliano per niente.

Guardate l'esempio qui sopra, che abbiamo costruito noi apposta. Duemila euro netti al mese, spese correnti per millesettecento. Avanzano trecento euro, e sono trecento euro veri: non c'è nessun trucco. In sette mesi su dodici va esattamente così.

Poi arriva marzo con l'assicurazione dell'auto. Giugno con le tasse. Agosto con le vacanze. Novembre con il dentista, dicembre con i regali. Cinque uscite che non arrivano tutti i mesi, per un totale di tremilaquattrocento euro in un anno.

Il conto finale è questo: su tremilaseicento euro che sembravano avanzare, a fine anno ne restano duecento. Diciassette euro al mese, non trecento. Nessuno ha sperperato niente, nessuno si è comprato una barca. È semplicemente che il mese normale raccontava una cosa e l'anno ne raccontava un'altra.

La trappola sta tutta in come guardiamo i soldi. Il saldo del conto lo controlliamo il ventisette del mese, quando lo stipendio è appena arrivato e le uscite grosse sono lontane. È come giudicare un'azienda guardando solo il trimestre in cui va bene. Il numero che conta non è mai quello di un mese: è quello dei dodici.

Il vostro numero vero lo calcolate in dieci minuti, e non serve nessun foglio elettronico. Prendete l'estratto conto degli ultimi dodici mesi, che la banca vi dà già pronto. Sommate tutto quello che è entrato, stipendi, tredicesima, rimborsi, regali, tutto. Sommate tutto quello che è uscito, senza selezionare e senza giustificare niente a voi stessi. Fate la sottrazione e dividete per dodici.

Quel numero, e non lo stipendio, è quanto potete davvero permettervi di mettere da parte ogni mese. Se è più basso di quello che pensavate, benissimo: adesso lo sapete, e per la prima volta state facendo i conti sulla realtà invece che su una media inventata.

E qui arriva la differenza che separa Amazon da una famiglia, perché non sono lo stesso caso.

Amazon ha la cassa negativa mentre guadagna, e ha una risposta pronta alla domanda "dove sono finiti quei soldi": nei centri dati, cioè in qualcosa che dovrebbe produrre ricavi negli anni prossimi. Sta costruendo. Nell'esempio della famiglia la cassa si mangia tutto e non sta costruendo niente: sono spese che tornavano identiche ogni anno e semplicemente non erano messe a bilancio.

La domanda è la stessa che vi abbiamo suggerito di fare alle aziende tecnologiche, e funziona uguale sul vostro conto: questa uscita, quando torna indietro e da dove? Un corso che vi fa cambiare lavoro ha una risposta. Un mutuo ha una risposta. L'assicurazione dell'auto non ha nessuna risposta da dare, ed è giusto così: non è un investimento, è un costo prevedibile che va solo previsto.

Ed è esattamente lì che si interviene. Le spese a singhiozzo non si eliminano, perché tornano comunque. Si trasformano in spese mensili: prendete il totale dell'anno, nel nostro esempio tremilaquattrocento euro, dividetelo per dodici e mettete via quei duecentottanta euro ogni mese su un conto diverso da quello di tutti i giorni. Quando arriva marzo, l'assicurazione è già pagata da voi di sei mesi fa.

Non avete guadagnato un euro in più. Avete solo smesso di farvi sorprendere da una spesa che sapevate benissimo che sarebbe arrivata.

Chiudiamo con il calendario, perché sapere in anticipo quando escono i dati è metà del lavoro: evita di leggere un movimento di borsa come se fosse un mistero, quando invece era in agenda da settimane.

🏭 Lunedì 3 Esce l'ISM manifatturiero di luglio. È un sondaggio mensile tra i responsabili degli acquisti delle fabbriche americane e si legge in un attimo: sopra 50 il settore cresce, sotto 50 si contrae. Conta perché arriva prima dei dati ufficiali e spesso li anticipa. La sera, dopo la chiusura, i conti di Palantir.

💼 Martedì 4 Escono i posti di lavoro vacanti di giugno, cioè le posizioni che le aziende hanno aperto e non sono ancora riuscite a coprire. È un termometro della domanda di lavoro: quando calano vuol dire che le imprese hanno smesso di cercare, e di solito succede prima dei licenziamenti veri. Giornata piena di trimestrali: Caterpillar, Merck, McDonald's e Pfizer prima dell'apertura, AMD e Amgen dopo la chiusura.

🛎️ Mercoledì 5 Il rapporto ADP sull'occupazione privata di luglio, che è una specie di prova generale del dato ufficiale di venerdì, e l'ISM dei servizi. Quest'ultimo pesa più del suo gemello manifatturiero, perché negli Stati Uniti quasi otto posti di lavoro su dieci stanno nei servizi e non nelle fabbriche. Prima dell'apertura i conti di Eli Lilly e di Disney.

📭 Giovedì 6 Il giorno più scarico della settimana. Resta l'appuntamento fisso di ogni giovedì con le nuove richieste di sussidio di disoccupazione: è il dato più fresco che esiste sul lavoro americano, esce ogni settimana e serve soprattutto a vedere se qualcosa si sta rompendo in fretta.

⭐ Venerdì 7, il giorno da segnare Escono i dati ufficiali sul lavoro americano di luglio. Le attese parlano di circa 87.500 nuovi posti, in ripresa dai 57.000 scarsi del mese prima, e di una disoccupazione in salita al 4,3% dal 4,2%.

Ed è qui che il calendario si incastra con tutto il resto di questa uscita, perché quest'anno questo numero si legge al contrario di come si leggeva un tempo. Un dato sotto i 100.000 posti riporterà la paura di un mercato del lavoro che si sta fermando davvero. Un dato sopra i 150.000 sembrerà una bella notizia, ma darà alla Fed un motivo in più per alzare i tassi a settembre, e farà salire ancora i rendimenti dei titoli di Stato di cui vi abbiamo parlato sopra.

Nessuno di questi appuntamenti chiede di fare qualcosa. Servono a un'altra cosa, che per chi investe vale di più: arrivare al movimento sapendo perché sta succedendo, invece di rincorrerlo il giorno dopo leggendo i titoli.

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