Oro
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📉 Ha venduto la metà in più e ha guadagnato meno. Com'è possibile?
Stamattina MercadoLibre, il colosso dell'e-commerce sudamericano che abbiamo in portafoglio, ha depositato i conti del trimestre. E il titolo sta perdendo il 7%.
La cosa strana è che i conti, a prima vista, sono ottimi. Ha incassato 10,2 miliardi di dollari in tre mesi, contro i 6,8 dello stesso trimestre dell'anno scorso. Vuol dire aver venduto la metà in più in dodici mesi, che per un'azienda già grande è un risultato notevole. Ha anche venduto più di quanto il mercato si aspettasse.
Poi si scende di qualche riga nel bilancio e si capisce perché il titolo scende: il guadagno dell'azienda è sceso del 17%, da 825 a 683 milioni.
Vende la metà in più e guadagna meno. Come si fa?
Facciamo finta che sia un bar, che è più facile. L'anno scorso quel bar incassava 100 euro al giorno e, pagati i fornitori, la luce e il ragazzo al banco, se ne portava a casa 12. Quest'anno incassa 150 euro, quindi molto di più, ma a fine giornata gliene restano 10. Ha lavorato una volta e mezza tanto per guadagnare meno di prima.
Quei 12 euro su 100 hanno un nome: si chiamano margine. È la parte che resta davvero in tasca ogni 100 euro incassati, dopo aver pagato tutto quello che serve per far girare la baracca. Per MercadoLibre il margine è passato dal 12,1% al 6,7%: quasi dimezzato in un anno.
E adesso la parte interessante, quella che sui giornali non troverete.
Tutti scrivono che la colpa è delle spedizioni gratuite e degli sconti. È vero solo in parte. Se si guarda quale voce di spesa è cresciuta di più, non è la pubblicità: è una riga che si chiama accantonamento per crediti dubbi, passata da 690 a 1.276 milioni in un anno. Quasi il doppio. Da sola pesa più di tutto il marketing dell'azienda.
Che cos'è? MercadoLibre non vende soltanto prodotti: presta anche soldi ai suoi clienti e ai negozianti che vendono sulla sua piattaforma. E quando presti soldi, sai già che una parte non tornerà indietro. Le regole contabili ti obbligano a metterla da parte subito, come una specie di salvadanaio delle perdite future. Quel salvadanaio, quest'anno, è quasi raddoppiato.
Questo è il numero da tenere d'occhio nei prossimi trimestri, e la domanda giusta da farsi è una sola: sta prestando molto di più perché sta crescendo, oppure i clienti a cui presta stanno facendo più fatica a restituire? Il bilancio di oggi il numero lo dà, la risposta no.
E noi? MercadoLibre ce l'abbiamo, ma è una posizione piccolissima: circa 200 dollari, mezzo punto percentuale del portafoglio. L'abbiamo pagata 1.973 dollari ad azione e oggi vale 1.789, quindi siamo sotto di circa il 9%. Una giornata così, su una posizione di quelle dimensioni, sposta pochi euro. Ve lo diciamo lo stesso, perché quando un titolo che abbiamo fa notizia è giusto che lo sappiate da noi.
💡 La cosa da portarsi a casa. Quando leggete che un'azienda "ha fatto ricavi record", avete letto solo la prima riga del bilancio. I ricavi dicono quanto è entrato, non quanto è rimasto. La riga che conta sta più in basso e si chiama utile operativo: è quella che vi dice se l'azienda, mentre cresceva, stava anche guadagnando. A volte le due cose vanno insieme. A volte, come oggi, no.
🥇 Le banche centrali comprano oro come mai prima. E il prezzo non si muove.
Ieri l'oro ha guadagnato il 4,4% in una sola giornata, il balzo più forte da quasi cinque mesi. Oggi è intorno ai 4.278 dollari per oncia. Fin qui sembra la solita notizia da titolo di giornale, ma dietro c'è una storia molto più interessante, e finisce in un modo che non vi aspettate.
Partiamo da chi sta comprando. Non sono i risparmiatori: sono gli Stati.
Nei tre mesi tra aprile e giugno le banche centrali del mondo hanno messo in cassaforte 288,9 tonnellate d'oro. Per capirci: nello stesso trimestre dell'anno scorso ne avevano comprate 178, e nei tre mesi precedenti appena 57. Hanno comprato cinque volte tanto rispetto al trimestre prima. La più affamata è stata la Polonia, con 51 tonnellate. Poi la Cina, con 33, che non ne comprava così tante da fine 2023. E dietro Uzbekistan, Kazakistan, Giordania, Repubblica Ceca.
Ma perché uno Stato compra oro? Sembra una domanda ingenua e invece è la domanda giusta.
Quando un Paese incassa più di quanto spende con l'estero, quei soldi li deve mettere da qualche parte. Di solito li mette in titoli di Stato americani, che rendono un interesse e sono facili da vendere. Comodo. C'è però un dettaglio: quel titolo è una promessa scritta da qualcun altro. Se un giorno chi l'ha firmata decide di non pagare, o di congelarti i conti perché ci hai litigato, quella promessa vale quanto la carta su cui è stampata.
L'oro no. L'oro è l'unica riserva che non è il debito di nessuno. Non paga interessi, non promette niente e non si può bloccare con una firma. È un lingotto in un caveau. È per questo che, in un mondo dove gli Stati litigano di più, le banche centrali ne vogliono di più.
Adesso però arriva la parte che vale davvero la lettura.
Con tutti questi acquisti, quanto è salito l'oro nel 2026? Niente. A fine dicembre l'oncia valeva circa 4.310 dollari, oggi ne vale 4.278: sette mesi per tornare al punto di partenza. E questo dopo un 2025 chiuso con un clamoroso +65%.
Ma "fermo" è la parola sbagliata, e il grafico qui sotto vi fa vedere perché.
Guardatelo con calma, perché racconta un anno intero in dieci secondi. Nel giro di quattro settimane l'oro è salito del 24%. Il 29 gennaio chi lo aveva comprato a Capodanno era seduto su un guadagno da festeggiare. Il giorno dopo, in una sola seduta, ha perso il 10%. Da lì è cominciata una discesa lunga mesi, fino a toccare a metà luglio l'8,5% sotto il punto di partenza. Oggi siamo lì intorno, appena sotto lo zero.
Tradotto in soldi: chi ha comprato oro il 1 gennaio oggi è più o meno pari. Chi l'ha comprato il 29 gennaio, convinto di salire su un treno in corsa, oggi è sotto di oltre il 20%. Stesso metallo, stesso anno, due destini completamente diversi. È la differenza fra guardare un rendimento annuale e viverci dentro.
E adesso guardate la fascia colorata, quella dei tre mesi tra aprile e giugno. È esattamente il trimestre in cui le banche centrali hanno comprato più oro di sempre. In quegli stessi tre mesi il prezzo è sceso di quasi il 16%.
Vale la pena fermarsi qui un secondo, perché è la lezione più utile di tutta la storia: sapere che c'è un compratore grosso e costante non vi dice dove andrà il prezzo. Dall'altra parte del tavolo c'è sempre qualcuno che vende, e il prezzo è il punto in cui i due si incontrano. Se fosse così semplice, basterebbe leggere le statistiche degli acquisti per guadagnare.
E perché quest'anno l'oro fatica? Il motivo principale è nascosto in due numeri che sembrano non c'entrare nulla. Un titolo di Stato americano a dieci anni oggi rende il 4,6%. L'inflazione americana viaggia al 3,7%. Vuol dire che chi compra quel titolo, tolto il carovita, guadagna comunque qualcosa di reale.
L'oro invece non paga niente. Zero interessi, zero cedole, zero affitto. Sta lì. Quindi ogni anno che lo tenete, state rinunciando a quello che avreste potuto guadagnare altrove: è un costo, anche se non lo vedete uscire dal conto. Ecco perché l'oro respira male quando i titoli di Stato pagano bene, e vola quando pagano poco.
Come si compra, in pratica. Nessuno vi consiglia di tenere lingotti in casa. Il modo normale è un prodotto quotato in borsa che possiede oro fisico in un caveau per conto vostro, e che si compra e si vende come un'azione. Quello che abbiamo noi nel portafoglio Basic costa lo 0,12% all'anno: su 1.000 euro investiti, un euro e venti. Ed è il punto in cui vale la pena essere pignoli, perché il prodotto vicino al vostro può costare tre o quattro volte tanto per fare esattamente la stessa cosa.
C'è però un tranello che quasi nessuno racconta. Alcuni di questi prodotti non seguono fedelmente il prezzo dell'oro: sono strutturati in modo diverso, e possono essere scambiati sopra o sotto il valore dell'oro che contengono. Ne abbiamo uno noi, nel portafoglio Intermedio: a fine giugno viaggiava circa il 3% sotto il valore dell'oro che custodisce. Tradotto, comprando quello si prendeva l'oro con un piccolo sconto. Ma può succedere anche il contrario, e allora si paga l'oro più di quanto vale. Prima di comprare, quel numero si guarda.
E il nostro portafoglio? L'oro è la prima posizione del Basic, quasi un quarto del totale, ed è anche quella che ha guadagnato di più: oltre il 35% da quando l'abbiamo comprato, nel maggio dell'anno scorso. Attenzione però a non confondere due cose diverse: quel +35% è il guadagno dall'acquisto, non di quest'anno. Nel 2026, come avete visto, l'oro è fermo. Chi l'ha comprato a gennaio oggi non ha guadagnato nulla. Chi l'ha comprato nel 2025 sta benissimo. È lo stesso identico metallo: cambia solo quando sei salito sul treno.
E l'argento, già che ci siamo, ha fatto molto peggio: circa -14% da inizio anno.
💡 La cosa da portarsi a casa. Una notizia vera, grossa e verificata come "le banche centrali comprano oro a livelli record" non è una previsione sul prezzo. Sono due piani diversi: uno racconta il mondo, l'altro racconta il mercato, e si incontrano molto meno spesso di quanto sembri. Quando leggete un dato impressionante, prima di comprare qualcosa fatevi la domanda più noiosa che esista: questa cosa è già successa e il prezzo non si è mosso? Perché se il prezzo non si è mosso mentre la notizia era già in giro, vuol dire che il mercato quella notizia l'aveva già letta prima di voi.
💰 Le perdite valgono soldi. Ma solo se sai di averle
Partiamo dall'inizio, senza saltare passaggi.
Quando compri un investimento, lo paghi una certa cifra. Diciamo 1.000 euro. Se un giorno lo rivendi a 1.300 euro, hai guadagnato 300 euro. Su quel guadagno lo Stato ti chiede una tassa: il 26%. Quindi di quei 300 euro, 78 vanno al fisco e 222 restano a te.
Fin qui è la parte che tutti conoscono, almeno a grandi linee.
Ma cosa succede nel caso opposto? Compri a 1.000 euro e sei costretto a rivendere a 700. Hai perso 300 euro. Lo Stato non ti dà indietro niente, ovviamente. Però succede una cosa che quasi nessuno sa.
Quella perdita se la segnano
Quando vendi in perdita, quella perdita non sparisce. Il tuo intermediario, cioè la banca o l'app dove tieni gli investimenti, se la annota. Diventa una specie di buono sconto sulle tasse future.
In gergo tecnico quella perdita si chiama minusvalenza. Il mucchietto dove si accumulano tutte le tue perdite viene chiamato "zainetto fiscale". È un soprannome, non un termine di legge: rende l'idea di una sacca che ti porti dietro, dove le perdite si accumulano e restano lì ad aspettare.
A cosa serve? A questo: la prossima volta che farai un guadagno, prima di tassarti si scalano le perdite che hai nello zainetto. Hai perso 300 euro l'anno scorso e quest'anno ne guadagni 300? Quel guadagno è coperto dalla perdita di prima, e su quei soldi non paghi nulla.
Quanto vale davvero
Facciamo l'esempio con cifre un po' più grandi, così si vede meglio.
Immagina di perdere 3.000 euro su un investimento andato male. L'anno dopo ne guadagni 3.000 su un altro. In tasca sei tornato esattamente al punto di partenza: hai perso e riguadagnato la stessa cifra.
Chi sa di avere lo zainetto lo usa, e su quel guadagno paga zero. Chi non sa di averlo paga il 26% su 3.000 euro, cioè 780 euro. Stessa identica situazione, stesso identico risultato in tasca, ma uno dei due ha regalato 780 euro perché non sapeva di avere un credito.
Adesso la parte antipatica, e va detta
Qui bisogna essere onesti, perché la faccenda ha una trappola.
Lo zainetto non si può usare su tutto. La legge italiana divide i guadagni in due famiglie separate, e le due famiglie non si parlano.
Nella prima famiglia c'è il guadagno che fai quando rivendi qualcosa a più di quanto l'hai pagata: azioni di singole aziende, obbligazioni, BTP. In gergo si chiamano redditi diversi. Lo zainetto funziona qui.
Nella seconda famiglia ci sono i soldi che l'investimento ti versa da solo senza che tu venda niente. I dividendi, cioè la fetta di utili che un'azienda distribuisce a chi possiede le sue azioni. Le cedole, cioè gli interessi che ti paga un'obbligazione. In gergo si chiamano redditi di capitale. Qui lo zainetto non arriva.
E adesso il punto che frega più persone di tutte. Un ETF è un panierone che con un solo acquisto ti fa possedere tante azioni insieme, ed è tra gli strumenti più usati da chi investe con la testa. Bene: il guadagno che fai vendendo un ETF finisce nella seconda famiglia, quella dove lo zainetto non arriva. La perdita, invece, finisce nella prima.
Tradotto: puoi vendere un ETF in perdita e un altro ETF in guadagno, chiudere l'anno esattamente in pari, e pagare comunque le tasse. Non è un errore e non è ingiusto per sbaglio, è proprio come è scritta la legge oggi.
Una riforma che unisce le due famiglie è annunciata da anni. A oggi non è ancora operativa, quindi le regole restano queste.
E c'è una scadenza
Ultima cosa, ed è quella che costa di più a chi la ignora. Lo zainetto non dura per sempre.
Una perdita si può usare entro il quarto anno successivo a quello in cui l'hai realizzata. Una perdita del 2026 vive fino al 31 dicembre 2030. Dal 1° gennaio 2031 quel diritto è perso e non torna più.
Ogni anno migliaia di risparmiatori si lasciano scadere crediti fiscali che avevano già in tasca, semplicemente perché nessuno gli aveva detto che esistevano.
💡 La cosa da portarsi a casa
Non serve capire tutta la legge. Serve fare una cosa sola, e sono cinque minuti.
Entra nella tua area riservata, quella della banca o dell'app dove tieni gli investimenti, e cerca la voce "minusvalenze" o "zainetto fiscale". C'è scritto quanto hai e in che anno scade. Se non la trovi, scrivi all'assistenza e chiedi: sono obbligati a dirtelo.
Se scopri di avere un credito vicino alla scadenza, sai che ti conviene usarlo prima che evapori. Attenzione però al rovescio della medaglia, perché è importante: non si vende un buon investimento solo per motivi fiscali. Risparmiare sulle tasse è un bonus quando vendere aveva senso comunque. Non è un buon motivo per liberarsi in fretta di qualcosa che stava lavorando bene.