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Lavoro USA: -23.000 posti

Venerdì sono usciti i dati sul lavoro americano di luglio, quelli che lunedì scorso vi avevamo detto di segnare in calendario. Gli economisti si aspettavano circa 80.000 posti in più. Ne sono stati persi 23.000, peggio di qualunque previsione fatta da qualunque economista interpellato da Bloomberg.

Quel giorno l'S&P📉 Sono spariti 23.000 posti di lavoro e la borsa ha chiuso a un record

500 ha chiuso al livello più alto della sua storia. Sembra un errore di stampa, e invece no.

Guardate il grafico prima di tutto il resto, perché racconta la parte che nei titoli non c'era. Luglio non è arrivato all'improvviso: da marzo il numero scende di gradino in gradino, 185, 115, 63, 20, e poi sotto zero. E c'è un dettaglio che vale da solo la figura. Maggio e giugno erano stati annunciati più alti, a 129 e 57. Le correzioni arrivate venerdì li hanno abbassati insieme di 103.000 posti: i numeri che ci avevano raccontato mentre succedeva erano più belli di quelli veri.

C'è poi un secondo dato che a prima vista contraddice il primo. Il tasso di disoccupazione è sceso al 4,1%, dal 4,2%. Meno posti di lavoro e meno disoccupati insieme: come si fa?

Si fa perché quel numero non conta tutte le persone senza lavoro. Conta solo quelle che il lavoro lo stanno cercando. È come una classe in cui i quaranta studenti più scoraggiati non si presentano più all'esame: la percentuale di bocciati scende, ma non è migliorato niente. Infatti la quota di persone che un lavoro ce l'hanno o lo cercano è scesa al 61,4%, il livello più basso da oltre cinque anni. Quando leggete che la disoccupazione è scesa, la domanda giusta non è di quanto: è perché.

E adesso il motivo per cui la borsa ha festeggiato una notizia brutta.

Qui entra la Federal Reserve, la banca centrale americana. Ha due compiti e li ha per legge: tenere a bada l'inflazione, e fare in modo che ci sia più lavoro possibile. Lo strumento è uno solo, i tassi di interesse: quando li alza, l'economia rallenta e i prezzi smettono di correre.

Fino a venerdì la situazione era quella che vi raccontiamo da mesi: l'inflazione americana viaggia intorno al 3,7%, ben sopra il 2% considerato normale, e il mercato si aspettava che i tassi venissero alzati ancora a settembre. Poi è arrivato quel dato. Alzare i tassi mentre il lavoro si sta già indebolendo vorrebbe dire premere il freno su un'auto che sta già rallentando da sola.

I numeri lo dicono meglio di qualsiasi commento: la probabilità di un rialzo a settembre, prima del dato, era intorno al 55%. La sera stessa era 46%.

Ecco perché la borsa è salita. Non perché ai mercati faccia piacere che la gente perda il lavoro, ma perché tassi che non salgono vogliono dire aziende che continuano a finanziarsi a un costo che conoscono. Nella stessa giornata il rendimento del titolo americano a dieci anni è sceso e l'oro è salito di oltre il 2%. Sulla settimana l'S&P 500 ha fatto più 3,6%.

Qui però dobbiamo essere onesti. Lunedì scorso vi avevamo scritto che un dato sotto i 100.000 posti avrebbe riportato la paura di un'economia che si ferma. È uscito enormemente sotto quella soglia ed è successo il contrario. Quel ragionamento vale quando il mercato ha paura della crescita: venerdì aveva paura dei tassi, e allora un dato debole sul lavoro diventa la notizia che li tiene fermi.

Il confine però va detto adesso e non dopo. Un lavoro che rallenta un po' fa piacere alla borsa, perché ferma la mano della banca centrale. Un lavoro che si rompe non fa piacere a nessuno: chi resta senza stipendio smette di comprare, le aziende vendono meno, e quando scendono gli utili non c'è tasso fermo che tenga.

💡 La cosa da portarsi a casa. Quando esce un dato economico importante, prima di chiedervi se è buono o cattivo, chiedetevi a chi arriva. Lo stesso numero passa dalla banca centrale e ne esce trasformato: un mercato del lavoro debole è una brutta notizia per chi cerca lavoro e, nello stesso istante, una buona notizia per chi possiede azioni.

Una cosa sola per la settimana che comincia: se venerdì il mercato ha festeggiato perché i tassi non salgono, mercoledì esce il dato che può rovinare la festa, l'inflazione americana di luglio.

 

🚀 SpaceX ha scelto Nvidia

Sono state cinque giornate dense per SpaceX, e conviene prenderle in ordine, perché una spiega l'altra.

Martedì: l'esclusiva. Alla sua prima chiamata con gli analisti da azienda quotata, Musk ha detto che per l'intelligenza artificiale SpaceX comprerà solo chip Nvidia. Non "principalmente": solo. E ha detto anche dove finiranno, cioè nel progetto Starmind, satelliti che fanno da data center in orbita. Ricordate i conti di cui vi abbiamo parlato mercoledì scorso, quelli in cui su 18,4 miliardi investiti in tre mesi ben 15,8 erano andati nell'intelligenza artificiale? Ecco: quei conti dicevano quanto stanno spendendo, martedì abbiamo scoperto da chi.

Mercoledì: due titoli, stessa notizia, direzioni opposte. Nvidia ha guadagnato il 3,4% chiudendo a 219 dollari. AMD, che fa gli stessi chip ed era in gara, ha perso il 7% in una sola seduta. Vale la pena fermarsi qui un secondo, perché è un meccanismo che rivedrete decine di volte. Un contratto in esclusiva non toglie all'escluso una gara: gli toglie un cliente intero, e per anni. E fa una seconda cosa, meno visibile e più pesante: dice a tutti gli altri clienti del mondo chi ha vinto. Quando comprate un titolo perché "il settore va bene", state facendo una scommessa su un settore. Ma dentro lo stesso settore, nello stesso giorno, uno ha fatto +3,4% e l'altro -7%.

Giovedì: il giorno segnato sul calendario. Era la scadenza del primo lock-up, e vi ricordiamo cos'è perché è il cuore di tutto. Quando un'azienda si quota, chi era socio prima (fondatori, dipendenti, fondi che avevano messo i soldi negli anni) firma l'impegno a non vendere le proprie azioni per qualche mese. Serve a evitare che il giorno dopo il debutto scappino tutti insieme. Giovedì quel vincolo è caduto sul primo scaglione: sono diventate vendibili 911,5 milioni di azioni, cioè più di quante ne fossero state messe in vendita al debutto di giugno. Quello che gli operatori chiamano flottante, cioè la quota di azioni che circola davvero in borsa e non sta ferma nelle mani di qualcuno, è più che raddoppiato, superando il 12% dell'azienda.

Sulla carta, più roba in vendita vuol dire prezzo giù. Il titolo invece è salito del 6%.

Il numero che spiega perché non è il prezzo, è un altro: giovedì sono passate di mano 235 milioni di azioni. Quel numero si chiama volume ed è semplicemente quante azioni sono state scambiate in giornata. Tenete insieme le due cose, perché insieme dicono una cosa sola: di gente che vendeva ce n'era, eccome. Solo che dall'altra parte c'era gente che comprava di più. Un prezzo non sale perché nessuno vende, sale perché chi compra ha più fretta di chi vende.

Venerdì: il rimbalzo vero. Un altro +15,8%, chiusura a 133,11 dollari. In due giorni il titolo ha fatto quasi il 23%, ed è tornato a un soffio dai 135 dollari del collocamento di giugno. Chi aveva comprato il primo giorno, e che una settimana fa era sotto di quasi il 20%, adesso è più o meno in pari. Due cose hanno spinto: la valanga di vendite temuta non si è vista, e nel frattempo è arrivato l'annuncio di una fabbrica di chip in Texas da 16,8 miliardi costruita insieme a Tesla.

Qui c'è la parte che vale per qualsiasi titolo appena quotato, non solo per questo. Le date del lock-up sono scritte nero su bianco nei documenti dell'offerta, mesi prima, e chiunque può leggerle gratis. Ma quello che dicono è "da questo giorno possono vendere", non "da questo giorno venderanno". Sono due frasi diverse, e il mercato le tratta come se fossero la stessa: nelle settimane prima aveva già fatto scendere il prezzo per la paura di quelle 911 milioni di azioni, e quando la paura non si è avverata quel prezzo è tornato indietro tutto insieme, in due sedute. Segnarsi la data serve a sapere quando guardare, non a sapere in che direzione andrà. E la prossima è vicina: giovedì 20 agosto gira la seconda chiave.

Un'ultima cosa, come sempre. Nessuna delle due aziende è nei nostri portafogli. Nvidia però ce l'ha dentro chiunque possieda un ETF sull'indice mondiale, come il MSCI World che sta nel nostro Basic, senza averla mai scelta.

 

🔗 Quando compri un'azione, per un paio di giorni non è ancora tua

Aprite l'app, comprate cento euro di un titolo, e la posizione compare subito sullo schermo. Sembra tutto istantaneo. Non lo è: quello che vedete è la fotografia di un'operazione, mentre il passaggio vero, quello che sposta la proprietà del titolo, arriva un paio di giorni dopo. Nel frattempo una piccola catena di soggetti si manda conferme per mettere d'accordo i rispettivi registri. È un sistema nato quando gli ordini si scrivevano su carta, e nel weekend infatti chiude.

Un video che gira in questi giorni sostiene che i grandi della finanza (cita JP Morgan e BlackRock) stiano spostando i loro investimenti su blockchain, e che questo cambierà tutto senza che nessuno se ne accorga. Non abbiamo verificato quali progetti abbiano davvero in corso, quindi ve lo diamo per quello che è: la sua tesi, non un dato di bilancio. E nessuno dei due è nei nostri portafogli.

Il tema però è serio e la parola da capire è tokenizzazione: prendere una cosa che esiste già, un'azione o un'obbligazione, e rappresentarla come una riga su un registro condiviso che tutti vedono e nessuno può cancellare. L'azione resta l'azione, non diventa una criptovaluta. Cambia solo come viene registrata. Se il registro è uno solo, non c'è più niente da far combaciare, e sparisce il motivo per cui oggi si aspetta. È il container della finanza: la merce dentro è la stessa, ma se la scatola è uguale in tutto il mondo il costo di spostarla crolla.

Le promesse sono mercati aperti sempre, accesso a tutti i mercati dalla stessa app e commissioni azzerate. Sulla prima ci sentiamo, ed è già così nelle criptovalute. Sull'ultima molto meno: in finanza i costi raramente spariscono, più spesso cambiano nome e posto. Il trading "a zero commissioni" che già conoscete non è gratis, semplicemente il costo sta dove non lo vedete.

💡 La cosa da portarsi a casa. Non c'è niente da comprare oggi per "investire nella tokenizzazione", e quando spunterà il prodotto col nome accattivante sarà il modo più caro di partecipare. Quello che serve è capire come funziona il sistema dove mettete i vostri soldi: chi lo capisce prima, quando le regole cambiano non rincorre.

 

🏦 La polizza che ti propongono in banca

Andate in filiale perché avete dei soldi fermi sul conto, e a un certo punto vi propongono una polizza. Non un'assicurazione contro un danno, come quella dell'auto: qui dentro ci sono degli investimenti, e attorno c'è un involucro assicurativo. Voi versate, qualcun altro investe per voi.

Partiamo da una cosa, perché è giusto: non è una truffa. Sono prodotti legali, venduti da banche serie, e in certe situazioni particolari hanno caratteristiche che a qualcuno servono davvero. Il problema non è che esistano. Il problema è che vengono proposti a un sacco di persone a cui quelle caratteristiche non servono, e quasi nessuno spiega quanto costano.

Perché il costo, qui dentro, non si vede. Il rendimento che vi mostrano è lordo: è quanto ha reso l'investimento prima che venga tolto quello che spetta a chi ve lo ha venduto e a chi lo gestisce. Quello che arriva a voi è il rendimento meno i costi. E i costi non sono uno solo: ce n'è uno che vi tolgono quando entrate, uno che vi tolgono ogni anno, e spesso una penale se ritirate i soldi prima di un certo numero di anni.

Stanno tutti scritti in quel documento informativo di poche pagine di cui abbiamo parlato a proposito degli ETF. Nessuno lo legge, e lì sta il punto.

Sembrano percentuali piccole. Non lo sono, perché si ripetono ogni anno per tutti gli anni in cui tenete il prodotto.

Guardate il grafico con calma. Stessi diecimila euro, stesso rendimento del 5% l'anno in tutti e due i casi: l'unica cosa che cambia è quanto costa. Dopo vent'anni la differenza è di quasi novemila euro, quasi il capitale di partenza. Nessuno dei due ha investito meglio dell'altro. Uno ha solo pagato di più.

💡 La cosa da portarsi a casa. Prima di firmare qualsiasi cosa, fate una domanda sola: "quanto mi costa all'anno, in euro, e cosa succede se ritiro i soldi fra tre anni?" Se la risposta non è una cifra chiara e scritta, non firmate. Non serve capire il prodotto: basta pretendere il numero.

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