Adobe

Ragazzi, l'analisi di questa settimana è su Adobe,: è un'azienda che abbiamo nel Portafoglio Intermedio 💼. L'abbiamo comprata a un prezzo medio di 405 dollari e alla chiusura di ieri ne valeva 263. Vuol dire meno 35%. Pesa lo 0,84% dell'Intermedio, ed è l'azione che perde di più fra quelle che teniamo per la crescita.

Qui sotto c'è l'analisi completa.

📊 ANALISI DELLA SETTIMANA: ADOBE

Adobe vende gli attrezzi con cui si fabbrica quasi tutto quello che guardate su uno schermo. Se una foto è stata sistemata, con ogni probabilità è passata da Photoshop. Se un video è stato montato, da Premiere. E il PDF, quel formato che aprite venti volte al giorno, lo ha inventato Adobe negli anni Novanta. 🎨

Non li vende più in scatola. Li affitta: su 23,8 miliardi di ricavi del 2025, 22,9 sono abbonamenti che si rinnovano da soli. Il 96%. È il motivo per cui i suoi conti sono prevedibili come pochi altri.

Adesso guardate le due colonne di numeri.

Quello che fa l'azienda. I ricavi salgono ogni anno da dieci anni: erano 5,9 miliardi nel 2016, sono 23,8 nel 2025. L'utile del 2025 è il più alto della sua storia, 7,1 miliardi, il 28% in più dell'anno prima. Nel primo semestre di quest'anno i ricavi crescono ancora, del 12,3%. Su ogni 100 dollari che incassa, 89 le restano prima dei costi di struttura.

Quello che fa il prezzo. Dal massimo del novembre 2021 ha perso il 61,8%. Da inizio anno un altro 24,8%. Il 12 marzo l'amministratore delegato ha annunciato che se ne va, e il giorno dopo il titolo ha perso il 7,6%. L'11 giugno l'azienda ha pubblicato conti record, e nelle due sedute successive ha perso il 12,6%. Conti record, titolo giù. 📉

Le due colonne non possono avere ragione tutte e due, ed è per questo che abbiamo scritto sedici pagine.

Perché costa così poco. Oggi Adobe vale 15 volte gli utili degli ultimi dodici mesi: per ricomprarsela tutta servirebbero quindici anni di utili come quelli di adesso. Le altre dieci società di software che abbiamo misurato con lo stesso identico metro stanno a 38,5 volte. È di gran lunga la più economica del gruppo, e non per poco: costa meno della metà.

Attenzione però: un prezzo così basso non regala niente, dietro c'è una domanda. Il mercato guarda avanti, e quello che ha in testa è la paura che l'intelligenza artificiale renda inutili questi programmi, cioè che fra qualche anno per sistemare una foto non serva più Photoshop. 🤖 Lo scrive Adobe stessa nel proprio bilancio: nei suoi mercati «le barriere all'ingresso sono limitate», cioè per un concorrente nuovo entrare non è difficile.

Cosa diciamo noi. Che la paura è legittima e i conti sono veri, e che si saprà chi ha ragione guardando due cose precise. La prima sono i conti del terzo trimestre, che escono di solito a metà settembre. Lì la riga da guardare è la crescita degli abbonamenti al netto di Semrush, l'azienda comprata in aprile. Adobe ha comprato 0,48 miliardi di abbonamenti già fatti e ha lasciato l'obiettivo di crescita fermo al 10,2%. Vuol dire che dal proprio lavoro si aspetta circa l'8,3%, cioè due punti in meno di quello che diceva prima. La seconda è il nome del nuovo amministratore delegato, che dopo cinque mesi di ricerca ancora non c'è, mentre nel frattempo se n'è andato anche il direttore finanziario.

Nell'analisi completa (sezione comunicazioni) trovate i dieci grafici, i conti fatti sui bilanci depositati alla SEC, il confronto con tutte le concorrenti e la parte su cosa non sappiamo. Perché quello che non si sa va scritto, non nascosto.

Questa analisi non è un consiglio di acquisto e non è un consiglio di vendita. È il conto di una posizione che sta perdendo, fatto sui numeri e non sulle impressioni.

🏦 Il Tesoro si ricompra i titoli, la Fed si divide sui tassi

Ieri vi abbiamo raccontato che prestare soldi allo Stato americano per trent'anni non rendeva così tanto dal 2007. Oggi c'è il seguito.

Prima serve capire perché quel rendimento era salito così tanto. Da fine giugno gli investitori hanno smesso di comprare i titoli di Stato americani a lunga scadenza. Quando nessuno vuole comprare una cosa, il suo prezzo scende, e per i titoli di Stato prezzo e rendimento vanno in direzioni opposte: se il prezzo scende, il rendimento sale. Ecco perché l'America si è ritrovata a pagare interessi come quelli di diciannove anni fa.

Ieri il ministero del Tesoro, guidato da Scott Bessent, ha annunciato una mossa che il mercato non si aspettava: raddoppia i riacquisti dei propri titoli. Ogni operazione passa da 2 miliardi di dollari ad almeno 4, e riguarda proprio le scadenze lunghe, dai dieci ai trent'anni. Si comincia il 9 settembre e si va avanti fino al 4 novembre.

Riacquisto vuol dire una cosa semplice: lo Stato si presenta sul mercato e ricompra il debito che aveva emesso, da chi ce l'ha in mano. Se nessuno vuole comprare, si mette a comprare lui, e il prezzo smette di scendere. 💵

L'effetto è stato immediato. Il rendimento del titolo a trent'anni, che ieri vi avevamo dato al 5,28%, è sceso al 5,20%. Quello a dieci anni è sceso al 4,65%. 📉 E l'oro è rimbalzato, ed è il motivo del balzo che vedete nella testata di oggi.

Perché ci riguarda anche da qui. Negli Stati Uniti il tasso del mutuo segue da vicino quei rendimenti. L'economista Mohamed El-Erian ha detto che la mossa può far scendere i mutui nel breve periodo, avvertendo però che porta con sé «danni collaterali e conseguenze non volute». Gli americani hanno smesso di spendere per la casa perché il denaro costa troppo, e questa è la prima cosa concreta successa in quella direzione.

E qui entra in scena l'altro protagonista, che è tutt'altra cosa e vale la pena non confonderli. Il Tesoro è il ministero che emette il debito, ed è quello che ieri si è messo a ricomprarselo. La Fed è la banca centrale americana, e decide quanto costa il denaro per tutti quanti. Ieri sera sono usciti anche i suoi verbali, cioè gli appunti di quello che i suoi dirigenti si sono detti nell'ultima riunione.

Dicono due cose che ci interessano.

La prima: la decisione non è stata unanime. Nove hanno votato per lasciare i tassi fermi al 3,50-3,75%, dove stanno da cinque riunioni. Tre hanno votato per alzarli di un quarto di punto: Beth Hammack, Neel Kashkari e Lorie Logan. Tre voti contrari nella stessa riunione non si vedevano dal 2016. Il motivo che hanno messo agli atti è che i rincari non riguardano più qualche categoria, ma un po' tutto. E negli appunti si legge che molti dei presenti pensano che i tassi andranno alzati, se l'inflazione non scende da sola.

Sul perché non scenda, in molti hanno indicato la stessa cosa: il riaccendersi del conflitto in Medio Oriente, che rende molto più difficile prevedere dove vanno i prezzi. È anche il motivo per cui il petrolio in testata sta dove lo vedete.

La seconda ci riguarda più da vicino, e non parla di tassi. Fra i rischi messi agli atti c'è l'intelligenza artificiale. Alcuni dei presenti hanno osservato che il prezzo in borsa delle aziende legate all'AI si regge sulle attese di guadagni futuri di quel settore. E che se un giorno quelle attese venissero riviste di molto al ribasso, il riaggiustamento dei prezzi non resterebbe confinato a quelle aziende. ⚠️ A scriverlo, nei propri verbali, è la banca centrale americana.

Una cosa però va detta, altrimenti si legge male. Questi sono appunti di fine luglio, e da allora sono usciti dati nuovi: raccontano cosa pensava la Fed un mese fa, non cosa farà a settembre. Il vero appuntamento è Jackson Hole, dal 27 al 29 agosto, con il primo discorso da presidente di Kevin Warsh.

Un'ultima cosa, per non fare confusione fra le due metà di questo pezzo. Il rendimento sceso ieri è quello che il mercato chiede per prestare soldi all'America. I tassi di cui discute la Fed sono quelli che decide lei. Si muovono per ragioni diverse, e ieri si è mosso il primo.

🛒 Tre catene americane, lo stesso cliente, tre risultati diversi

Ieri mattina hanno pubblicato i conti Target e Lowe's. Martedì l'aveva fatto Home Depot. Tre catene enormi, la stessa settimana, gli stessi clienti americani. E tre risultati che non si somigliano per niente.

Il numero da guardare in questi casi è uno solo, e si chiama vendite comparabili: quanto è cresciuto un negozio che era già aperto un anno fa. Serve a togliere di mezzo i negozi nuovi, che fanno salire il fatturato senza dire niente su come sta andando il mestiere.

Target: +3,8%, contro il 2,4% che si aspettavano gli analisti. E i clienti che entrano fisicamente in negozio sono cresciuti del 3,6%.
Home Depot: +1,7%, contro lo 0,9% atteso.
Lowe's: +0,2%. Quinto trimestre positivo di fila, ma di misura. E la società ha tagliato gli obiettivi dell'anno al minimo di quello che aveva promesso: 92 miliardi di vendite e comparabili piatte. A inizio anno parlava di una forchetta che arrivava a 94 miliardi e a un più due per cento.

Messi in fila raccontano una cosa precisa. Gli americani continuano a fare la spesa: Target vende più roba a più gente, e le consegne in giornata crescono di oltre il 25%. Ma chi deve mettere mano alla casa si ferma. Il capo di Lowe's, Marvin Ellison, lo ha detto con parole sue: crescono i professionisti, crescono i servizi e cresce l'online, mentre resta sotto pressione «la spesa discrezionale del fai-da-te». 🔨

Tradotto: l'idraulico che lavora tutto il giorno compra come sempre. È la famiglia che stava pensando di rifare il bagno che ha rimandato.

E qui si lega al pezzo di ieri. I cantieri avviati a luglio sono crollati del 12,4% in un mese, e vi avevamo scritto che il motivo sono i tassi del mutuo. Oggi la stessa cosa la vediamo dall'altra parte del bancone: non è che gli americani non abbiano soldi, è che hanno smesso di spenderli per la casa finché il denaro costa così tanto.

Quella spesa non sparisce, si accumula. Un bagno rimandato è un bagno che prima o poi si fa, e le case americane invecchiano lo stesso mentre si aspetta. Il giorno in cui i tassi scenderanno, quella catena riparte tutta insieme, e le tre aziende di sopra la servono già. 🏠

💸 Nel trimestre di Target c'è un miliardo che non arriva dai clienti

Nei conti di Target pubblicati ieri c'è una riga da 994 milioni di dollari che con la spesa al supermercato non c'entra niente. È un rimborso di dazi: soldi che l'azienda aveva pagato allo Stato americano per far entrare la merce dall'estero, e che lo Stato le ha restituito.

Il motivo sta in una sentenza. A febbraio la Corte Suprema ha stabilito che la legge usata per imporre gran parte di quei dazi non lo permetteva, perché le tasse le decide il Congresso e non il presidente. ⚖️ Da quel momento chi li aveva pagati ha cominciato a chiederli indietro. La cifra totale che lo Stato deve restituire è di circa 166 miliardi di dollari, e secondo un documento depositato in tribunale dall'agenzia delle dogane poco più della metà è già uscito.

I nomi li conoscete tutti: Apple ha incassato circa 2,2 miliardi in un trimestre, Amazon 600 milioni, Nike 300 milioni. 📦

Ora la parte pratica, perché è un modo di leggere i bilanci che vale sempre. Target ha chiuso il trimestre con 4,11 dollari di utile per azione, cioè di guadagno per ogni azione dell'azienda. Di quei 4,11, 1,65 sono il rimborso. Senza, sarebbero stati 2,46.

Il numero è vero, l'azienda l'ha scritto e non ha nascosto niente. Ma è un incasso che capita una volta e non capiterà più. Quando leggete che un'azienda ha battuto le attese, la domanda da farsi è sempre la stessa: quel risultato si ripete il trimestre prossimo? Se la risposta è no, il titolo sta festeggiando qualcosa che non tornerà.

C'è però una cosa buona, ed è più grande del singolo trimestre. Quei dazi qualcuno li ha pagati davvero, e alla fine erano finiti nei prezzi sugli scaffali. Adesso 166 miliardi di dollari tornano dentro le aziende americane, e sono soldi che non devono più essere recuperati alzando i cartellini.

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